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Il ritmo lento dell’autunno dal sapore italiano: itinerari e luoghi dove andare per i tuoi viaggi in Italia

Sei alla ricerca di posti da visitare in autunno in Italia? Sarà la freschezza dell'aria o i colori delle foglie che cambiano, viaggiare in questa stagione in Italia ha qualcosa di molto speciale. Il periodo migliore dell’anno per svolgere attività inconsuete, come visitare vigneti e degustare deliziosi prodotti locali. Scopri le innumerevoli possibilità offerte dal territorio italiano da settembre a dicembre.
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Genzano

Genzano

Genzano, il paese dell’Infiorata, delle fragole e del pane Il borgo di Genzano è adagiato sul cratere del lago di Nemi, sulla via Appia, tra i fitti boschi della zona dei Castelli Romani. È la città dell’Infiorata, un grande tappeto di fiori freschi che viene realizzato in occasione della festa religiosa del Corpus Domini, ma anche di un delizioso pane IGP e delle fragoline. Meta privilegiata di tante gite fuori porta dei romani, è un luogo di charme molto panoramico dove rilassarsi tra il verde e la storia. Cosa vedere a Genzano Una passeggiata nel borgo di Genzano è una continua scoperta di scorci panoramici sul lago di Nemi e sulla campagna che degrada nel cratere. Nel centro storico spicca la mole del Settecentesco Palazzo Cesarini Sforza, i baroni di Genzano, dove al piano nobile, è esposta la collezione Hager-Sportelli, un centinaio di opere d’arte del Seicento e Settecento appartenute a Hellmut Hager, uno dei massimi studiosi degli architetti barocchi Carlo Fontana, Gian Lorenzo Bernini e Filippo Juvarra. Nel mezzanino la mostra permanente Symposium, a tavola tra mito e cultura espone manufatti legati alla cultura del vino con un nucleo di opere recuperate dalla Guardia di Finanza nell’ambito di operazioni di contrasto al traffico illecito di opere antiche. Nel palazzo c’è anche una sezione dedicata ai reperti archeologici provenienti dalla villa degli Antonini (I sec. d.C.) dove nacquero ben 2 imperatori romani, Antonino Pio e Commodo: la mostra è frutto di una campagna di scavi tutt’ora in corso fatta in collaborazione con un’università americana. Da vedere anche la chiesa di Santa Maria della Cima, con il monastero, i resti delle mura medievali e il museo dell'Infiorata, che racconta la tradizione più radicata a Genzano, tra storia e memoria collettiva. L’Infiorata di Genzano, Patrimonio d’Italia Ogni anno, per la festa del Corpus Domini (la seconda domenica dopo la Pentecoste, in genere in giugno), il centro di Genzano si ricopre di un tappeto di petali di fiori freschi di 2mila metri quadrati diviso in 14 quadri ottenuti da oltre 400mila garofani di ogni colore. L’Infiorata di Genzano, riconosciuta dal ministero del turismo come “Patrimonio d’Italia” è una delle più spettacolari manifestazioni di questo genere, che si rinnova ogni anno dal 1778. Una festa che non è solo marketing turistico, ma senso di appartenenza e identità per la gente del posto. Del resto la sua preparazione dura un anno intero: durante l’inverno vengono ideati e preparati i bozzetti, in aprile si fa il conteggio di quanti e quali fiori siano necessari, in maggio si allestisce il cantiere dell’opera, in giugno, il giovedì precedente la domenica del Corpus Domini si avvia l’attività di spelluccamento, cioè di separazione dei petali dalle corolle che vengono divisi per colore e conservati al fresco in alcune grotte presenti sotto il palazzo comunale. Oltre ai petali dei garofani vengono utilizzati anche: ginestra, sausa, finocchiella, seme di pino, crisantemo, corteccia di pino, nero vite, granturco, riso, salvia, peperoncino, grano, soia, bucce di pinoli, origano, nero caffè, crusca. La posa dei petali e la creazione dei quadri floreali avviene tra il sabato sera e la domenica mattina. Nei mesi successivi si fa l’inventario dei materiali che si possono conservare e ci si prepara per la successiva edizione. Il clou della festa è la domenica pomeriggio con la processione sulla via Infiorata e prosegue il lunedì con cortei e bande fino a quando i bambini del paese scendono correndo dalla scalinata della chiesa di Santa Maria degli Angeli e disfano definitivamente i quadri di fiori. Cosa mangiare a Genzano: il pane casareccio IGP La specialità gastronomica locale è il Pane casereccio di Genzano, il primo in Italia ad aver ottenuto il marchio IGP fatto con farina di grano tenero, acqua, lievito naturale e sale. L’impasto viene fatto lievitare per circa un’ora: tagliato in pagnotte e filoni, viene messo a riposare in casse di legno con teli di canapa e spolverato con cruschello e poi cotto nel forno a legna oppure elettrico. La crosta risulta croccante, l’interno è soffice e spugnoso: grazie al lievito naturale, il cosiddetto lievito madre o pasta acida, si conserva per giorni. I panificatori di Genzano sono riuniti in un consorzio che vigila sull’osservanza del disciplinare di produzione e garantisce la sopravvivenza dei forni a legna. Il pane viene venduto in pagnotte da 0,5 a 2,5 kg.
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Passo della Cisa

Passo della Cisa

Berceto e il Passo della Cisa, ultima tappa emiliana sulla Via Francigena Gioiello dell'appennino parmense, incastonato tra la Val di Taro e la Val Baganza, a 852 metri di altezza e a 65 chilometri da Parma, Berceto si trova lungo la Strada Statale della Cisa che porta a La Spezia, non lontano dall'Autostrada della Cisa. È l’ultima tappa emiliana sul percorso della Via Francigena, prima di raggiungere il valico del Passo della Cisa, che divide le province di Parma e Massa-Carrara. Luogo di accoglienza e centro di culto Proprio alla sua posizione strategica sulla Via Francigena Berceto deve le sue fortune e l’importanza come centro mercantile e di culto fin dal Medioevo, quando i numerosi pellegrini diretti a Roma, qui trovano accoglienza e ristoro prima di proseguire il loro cammino, attraverso il faticoso valico appenninico, verso le coste tirreniche e la Città eterna. Il monastero e la leggenda di Moderanno Sembra che nella zona esistesse già un presidio romano, ma l’attuale borgo si sarebbe sviluppato a partire dalla fondazione di un monastero benedettino nel VII secolo, per decisione del re longobardo Liutprando e grazie all’intercessione del vescovo di Rennes Moderanno. Narra infatti una delle leggende che di solito circondano i miti di fondazione che Moderanno sia stato costretto a lasciare proprio qui le preziose reliquie di San Remigio di cui era da poco entrato in possesso: probabilmente in viaggio verso Roma, le avrebbe legate a un albero per una piccola sosta prima di riprendere il cammino, ma durante il sonno l’albero sarebbe cresciuto a dismisura rendendole irraggiungibili. Costretto a fermarsi a Berceto, Moderanno sarebbe così stato nominato da Liutprando primo priore del suo monastero. Il duomo e il castello, vestigia dell’antico prestigio Patrono del paese, a San Moderanno è anche intitolato il duomo di Berceto, proprio sul percorso della Via Francigena, testimonianza, con la sua struttura imponente che compendia epoche e stili diversi, dal longobardo, al romanico, fino al rinascimentale, della reputazione che il paese ha acquisito nel corso dei secoli. Nel museo annesso al duomo si possono ancora ammirare arredi e paramenti sacri, tra cui un piviale del VII secolo che sarebbe appartenuto allo stesso Moderanno. Accanto al duomo si trova la cappella di Sant'Apollonia; alle sue spalle si estende la celebre piazza San Giovanni, che gli abitanti di Berceto chiamano “piazza dei canoni”, per la presenza della Fontana dei Canon, dove un tempo, si recavano per rifornirsi di acqua potabile. Doveva avere dimensioni imponenti anche il castello di Berceto, un tempo sovrastava il paese, ora rimangono soltanto tratti delle mura esterne, resti delle suddivisioni interne e alcune scale; sepolti sotto strati di terra e di detriti, si trovano ancora pozzi, gallerie e antiche prigioni, che, poco alla volta, vengono portati alla luce, per dare vita a un parco archeologico. Fondato nel 1221 dal Comune di Parma e oggetto di continue contese tra le signorie locali, fu a lungo in possesso dei conti Rossi che governarono Berceto fino all’epoca farnesiana. Frazioni medievali e borghi incantati Una volta giunti a Berceto, vale la pena di fare un giro tra i vicoli, le chiese e le rocche delle sue belle frazioni, sparse tra i castagneti della montagna parmense. A partire da Corchia, suggestivo borgo in pietra con viottoli lastricati, sottopassi ad arco e un ostello del XII secolo, fino all’antica fortezza di Pietramogolana, arroccata sul Taro; situata alla confluenza tra i torrenti Manubiola e Taro, Ghiare ospita un’ex fornace recentemente ristrutturata, esempio di architettura industriale di fine Ottocento; si dice infine che la chiesa di Bergotto fosse insediata da una colonia di streghe, che nella notte uscivano per andare in soccorso ai contrabbandieri; mentre da Fugazzolo parte il fascio di sentieri che conducono agli spettacolari Salti del Diavolo. La Cisa, turismo lento e gourmet Da Berceto, seguendo uno dei passaggi più duri della Via Francigena, si arriva al Passo della Cisa, il valico montano che separa l'appennino ligure dall'appennino tosco-emiliano e collega l'alta Val di Taro e la Lunigiana, a un'altitudine di circa 1041 metri sul livello del mare. Qui, poco prima dell’attuale passo, sorgeva l’ospizio di Santa Maria. Oggi l’antico confine tra i Ducati di Parma e Piacenza e il Granducato di Toscana è segnalato da iscrizioni murali sull’antica stazione di posta. Ha origini decisamente più recenti la cappella di Nostra Signora della Guardia, eretta al culmine di una ripida scalinata nel 1921. Da qui, la discesa prosegue verso Pontremoli e il litorale tirrenico: questi luoghi sono un paradiso per i ciclisti e gli amanti del trekking e in genere del “turismo lento”. Se i panorami e le atmosfere raccolte della Via Francigena saziano viandanti e pellegrini, i ristoranti e le trattorie dei dintorni offrono parecchie tentazioni agli amanti dell’enogastronomia, con i tradizionali piatti della cucina contadina arricchiti dagli aromi e dai sapori del bosco, in particolare funghi e castagne.
Enogastronomia
Valle d’Aosta, sapori ad alta quota

Valle d’Aosta, sapori ad alta quota

Siete arrivati in questo paradiso terrestre? Mettetevi comodi e studiate la carta dei formaggi, con la fontina in primis, regina dei prodotti valdostani. La riconoscete per il sapore dolce e per il colore giallo paglierino, più chiaro nelle forme prodotte in inverno, quando le mucche sono alimentate con il fieno, più intenso nella produzione estiva. Seguono prelibatezze, come la toma di Gressoney, il salignon, il reblec, la brossa, il seras e i formaggi di capra, ciascuno con una storia da raccontare. Ascoltateli e gustateli tutti. Passate a classici come le costolette alla valdostana, la polenta concia e la “soupe valpellineintze” (zuppa alla valpellinese); ottima anche la cacciagione, i camosci in salmì (in “civet”), le trote, la “carbonade”, spezzatino di manzo, e la fonduta, piatto unico a base di formaggio, fuso in un’apposita pentola, per essere mangiato caldo. Gustate gli insaccati, come il Vallee d’Aoste jambon de Bosses, prosciutto dalla speciale maturazione, i Boudin dal gusto raffinato, la Saouseusse, carne trita stagionata, il Lard d’Arnad, morbido lardo, il Teuteun, mammella bovina salmistrata, la Motzetta, aromatica carne essiccata. Il microclima alpino è la gioia delle mele, che qui sviluppano sapori intesi. Assaggiate la Red e la Gold delicious, la Jonagold e la Renetta: crude o cotte, sono dolci e versatili, base di frullati, marmellate dolci o salate, da accompagnare a pregiate pietanze. Dulcis in fundo, i dessert e i vini. Per i primi, assaggiate le tegole, i torcettini – tipici biscotti regionali - e il blanc manger alla valdostana con l’utilizzo di panna; per i secondi, posto d’onore a tutti, come i bianchi Muller-Thurgau e Pinot nero (vinificato in bianco) e i rossi Pinot nero, Gamay, Torrette, Nus Rouge. Mangiato troppo? Ecco un bicchierino di Genepì, digestivo a base di erbe alpine, le artemisie.
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