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Esplora i tesori e l’enorme patrimonio artistico-culturale d’Italia. Viaggia tra chiese, musei e gallerie d’arte straordinarie. Dai maestri del Rinascimento agli artisti contemporanei, nei musei in Italia si possono ammirare alcune delle opere d'arte più belle del mondo. Trascorri una vacanza o un soggiorno all’insegna della cultura made in Italy.

Musei 180 risultati di ricerca
Arte & Cultura
La Sfinge

Museo Egizio

Museo Egizio un viaggio nell'Antico Egitto “La strada per Menfi e Tebe passa da Torino.” (Jean-François Champollion) Si tratta del più antico museo al mondo dedicato alla cultura egizia. Oltre 40.000 reperti tra tavole antiche, mummie, papiri, oggetti ritrovati, animali imbalsamati, statue e sfingi che fanno di questa struttura il sesto luogo più visitato d'Italia. Il museo offre la possibilità di partecipare a visite tematiche, ammirare mostre temporanee e compiere percorsi didattici e laboratori per approfondire le conoscenze che conserva. Diversi gli spazi espositivi e i percorsi di visita con un'ampia offerta in termini di conoscenza ed esperienza. Da non perdere la Biblioteca Silvia Curto che conserva interessanti opere e collezioni antiche di grande pregio. Al Museo Egizio di Torino: con il tablet Tablet, tavoli interattivi e sapienti giochi di luce per un’immersione totale nelle corti dei faraoni. Il Museo Egizio di Torino, secondo solo a quello del Cairo, ha visto un’imponente ristrutturazione nel 2015, con la collaborazione del celebre scenografo premio Oscar Dante Ferretti. E oggi consente un tuffo nell’antica cultura egizia, resa viva e vivace dai supporti multimediali. Un allestimento da Oscar Dante Ferretti è una stella del firmamento italiano che brilla nel panorama internazionale. Scenografo e costumista, ha vinto 3 Oscar, tra cui quello per il film The Aviator, di Martin Scorsese, e altri premi prestigiosi. Anche al Museo Egizio di Torino c’è il suo talentuoso tocco visionario. Nell’ambito della completa ristrutturazione del museo nel 2015, è stato chiamato a curare le luci e alcuni allestimenti. Imperdibile quella dal titolo Il Grande Nilo, che riproduce il percorso del leggendario fiume fino all’estuario, realizzato con gelatine e vetroresine come un gigantesco puzzle di pannelli in tessuto. Spettacolare sarà ammirarlo mentre farete un salto di 24 metri attraverso un sistema di scale mobili, sopra una Mesopotamia ricreata oggi in stile modernissimo. Immergetevi nel gioco di luci e specchi Semore di Ferretti l’illuminazione dello Statuario, una delle sale più spettacolari del Museo Egizio, tutta basata su tecnologia a Led ad alto livello di sostenibilità ambientale. È uno spazio di fortissima suggestione, dalle pareti color rosso pompeiano, dove le singole statue sono illuminate sia dall’alto sia dal basso, moltiplicate da un gioco di specchi che consentono di osservare i capolavori nella loro tridimensionalità. Vi sembrerà di stare accanto ai faraoni, voi, in prima persona. Grazie alla studiata illuminotecnica e a particolari proiettori sagomatori, potete ammirare ogni singolo particolare di Ramesse II, il faraone più famoso, e della Sfinge del Nuovo Regno; del re Amenofi II e di Sekhmet, la dea con la testa di leone, e della dea Hathor dalle corna bovine. Soffermatevi sulle sfumature del granito rosa della statua di Ramesse con il dio Amon e la dea Mut. Lasciatevi ammaliare dai geroglifici incisi sul sarcofago di Gemenefherbak e dalle scritte incise sulla pietra. Perché proprio a Torino? All’inizio dell’800, sulla scia delle campagne napoleoniche in Egitto, si diffuse in Europa la moda di collezionare antichità da quel Paese. Bernardino Drovetti, console generale di Francia durante l’occupazione, vantava una collezione di 8000 pezzi e in seguito anche il Re Carlo Felice acquistò innumerevoli pezzi: dall’unione di queste due raccolte nacque il museo nel suo stato embrionale. Esponenti di Casa Savoia, in decenni di spedizioni, continuarono ad arricchire la collezione e di conseguenza il museo. Torino divenne così un grande centro di studi sulla cultura egizia. Un percorso davvero faraonico Oltre 2 km di percorso espositivo disposto su 4 piani, 8000 reperti che coprono un arco di storia dal 4000 a.C al 700 d.C: sono questi i numeri da record del più grande Museo Egizio, secondo solo al Cairo per quantità e importanza delle collezioni, nonché il più antico del mondo interamente dedicato alla cultura egizia. Sfilano corredi funerari, statue, sarcofaghi, monili e papiri. L’itinerario è curatissimo e non si corre il rischio della dispersione. Se preferite, potete scegliere una visita interamente guidata da esperti oppure optare per l’audioguida multimediale su smartphone, inquadrando i QR.code presenti nelle sale. Gli spazi sono disseminati di tablet e tavoli interattivi: divertitevi ad approfondire gli aspetti che più che vi interessano. Non mancate di guardare i video in 3D, che vi faranno vivere l’ebrezza di sentirvi archeologi per un giorno. Attraverso le sequenze che mostrano documenti di scavo e fotografie d’epoca, vi troverete all’interno della tomba di Kha e in quella di Nefertari, poi dentro la Cappella di Maia. Due esperienze a corollario Una delle esperienze da vivere, soprattutto se avete al seguito dei bambini, è la visita guidata tematica dal titolo Vita nell’Aldilà. Gli antichi Egizi consacravano molto tempo alla preparazione del loro futuro dopo la morte, considerato il passaggio a un’esistenza successiva altrettanto gloriosa di quella terrena. Un egittologo vi racconta queste sofisticate pratiche, dalla produzione dei sarcofaghi alla preparazione del corpo, che doveva restare integro, fino alla misteriosa simbologia dei papiri funerari. Agli amanti dell’arte si suggerisce l’Area Restauro, al secondo piano, dove possono assistere in diretta ai restauri dei reperti del Museo. Per saperne di più Museo Egizio e visitpiemonte.com
Arte & Cultura
Galleria Peggy Guggenheim

Museo Peggy Guggenheim

Il museo Peggy Guggenheim, la casa dell’arte contemporanea Il museo Peggy Guggenheim di Venezia, ospitato nella casa sul Canal Grande dove la gallerista e collezionista americana visse nel secondo dopoguerra, espone una delle più importanti collezioni di artisti europei e americani del XX secolo presente in Italia. Amante delle avanguardie, la Guggenheim acquistò per tutta la vita opere di cubisti, futuristi, dadaisti surrealisti, modernisti americani, astrattisti italiani. E oggi la Fondazione Guggenheim porta avanti il sogno di Peggy nella sua straordinaria casa-museo. Cosa vedere al museo Peggy Guggenheim La collezione Peggy Guggenheim (1898–1979) si trova sul Canal Grande a Venezia fra il ponte dell'Accademia e la Basilica di Santa Maria della Salute, nell’unico edificio in bianca pietra d’Istria a un solo piano, palazzo Venier dei Leoni. Rimasto incompiuto, l’edificio fu acquistato nel dopoguerra dalla Guggenheim quando si innamorò perdutamente di Venezia. La gallerista e collezionista visse in questa dimora stracolma di opere d’arte fino alla sua morte nel 1979: quand’era ancora in vita, una volta alla settimana, lei amava aprire gratuitamente la sua casa al pubblico per mostrare le opere. Donata alla Fondazione Solomon R. Guggenheim, la stessa che gestisce gli omonimi musei di New York, Bilbao, e Abu Dhabi, oggi la collezione di Peggy Guggenheim, arricchita nel tempo, si visita come una casa-museo. Vi sono raccolte opere, tra gli altri, di Constantin Brancusi, George Braques, Salvador Dalì, Max Ernst (che fu uno dei mariti della Guggenheim), Vassily Kandinsky, René Magritte, Pablo Picasso e Jackson Pollock. Tra gli autori dell’astrattismo italiano vanno menzionati Afro, Carla Accardi, Agostino Bonalumi, Pietro Consagra, Lucio Fontana, Giuseppe Santomaso, Toti Scialoja, Emilio Vedova. Oltre alla collezione permanente nella casa-museo si possono visitare tutto l’anno diverse mostre di artisti contemporanei. Le collezioni Schulhof e Nasher Nel 2012 museo si è arricchito di 83 opere provenienti della collezione donata dalla coppia statunitense Hannelore e Rudolph Schulhof, che comprende diversi artisti del Novecento come Alberto Burri, Alexander Calder, Jasper Johns, Mark Rothko a Claes Oldenburg, oltre a Andy Warhol, Sol LeWitt e Anish Kapoor. Per ospitare le opere acquisite il museo è stato ampliato nel 2016 con l’acquisto di un nuovo edificio: negli spazi ampliati vengono oggi organizzate attività di introduzione all’arte per le scuole e le famiglie, oltre ad un programma di internship internazionale dedicato a giovani appassionati di arte. Nel giardino invece sono esposte sculture della collezione permanente della Fondazione Nasher con pezzi di Hans Arp, Alberto Giacometti, Piero Gilardi, Marino Marini, Luciano Minguzzi, Mirko, Henry Moore, Mimmo Paladino, Germaine Richier, Takis. La donna che comprava un quadro al giorno “Il mio motto era Comperare un quadro al giorno e l’ho seguito alla lettera”. Questa era Peggy Guggenheim, l’ereditiera americana il cui amore per l’arte era proporzionato al suo immenso patrimonio ereditato dal padre Benjamin, magnate delle miniere, morto nel naufragio del Titanic. Cresciuta a New York, con il primo marito frequentò negli anni 20 l’ambiente artistico parigino legando amicizia con artisti come Brancusi e Duchamp. Nel 1938 aprì una galleria d’arte a Londra (Guggenheim Jeune) dove allestì la prima mostra personale di Kandinsky in Gran Bretagna e propose artisti come Tanguy, Cocteau, Kernn-Larsen. In quegli anni acquistò la sua prima opera, una scultura di Hans Arp, e maturò l’idea di creare un museo di arte moderna a Londra, che non poté realizzare per lo scoppio della guerra: in quegli anni difficili, tuttavia, riuscì ad acquistare un gran numero di opere importanti. Tornata a New York, nel 1942 Peggy aprì la galleria-museo Art of this Century con il primo nucleo della sua collezione e con mostre di artisti emergenti, come la prima personale di Pollock, di cui fu mecenate. Il 1947 è l’anno del suo trasferimento a Venezia. L’anno successivo alla Biennale espose la sua collezione e nel 1950 portò in Europa per la prima volta Pollock, in una mostra allestita nell’Ala Napoleonica di museo Correr in piazza San Marco. Già dal 1951 la sua casa fu aperta al pubblico, seppur occasionalmente, perché tutti potessero, come lei, godere dell’arte. La Guggenheim è sepolta nel giardino della casa-museo veneziana, insieme ai suoi cani.
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Punta della Dogana e Palazzo Grassi, due templi per l’arte contemporanea

L’edificio della Punta della Dogana e Palazzo Grassi di Venezia costituiscono il polo espositivo per una delle cinque maggiori collezioni di arte contemporanea al mondo, la Collezione Pinault. Chi ama l’arte e l’architettura non può perdere la visita a entrambi gli spazi, restaurati dall’architetto giapponese Tadao Ando. I musei non espongono una vera e propria collezione permanente ma allestiscono mostre con opere sempre diverse, mentre gli artisti sono invitati a creare su commissione. Punta della Dogana Il complesso di Punta della Dogana è un edificio completato nel 1682 di forma triangolare che sorge all’imbocco del Canal Grande e del Canale della Giudecca, nel centro del Bacino di San Marco, nel luogo dove la vista di Venezia è più spettacolare: dalla Punta si gode del panorama a 360° sulla Giudecca, sull’isola di San Giorgio e la sua basilica palladiana, sulla Riva degli Schiavoni, Palazzo Ducale, piazza San Marco, i Giardini Reali, Ca’ Giustinian. Nell’edificio ha avuto sede la dogana di Venezia fino agli anni 80 del Novecento. Dopo vent’anni di abbandono, il Comune di Venezia ha deciso di farne un centro per l’arte contemporanea: il bando di gara se lo è aggiudicato la Collezione Pinault che nel 2009 ha inaugurato lo spazio restituito alla città. Il percorso espositivo ha inizio dal Campo di Santa Maria della Salute per concludersi alla cuspide dell’edificio sulla quale di eleva la Torre della Fortuna, con la sfera dorata. Durante il percorso ci si affaccia sia sul Canal Grande che sul Canale della Giudecca, come dalle murate di una nave. In occasione delle mostre la Collezione Pinault organizza visite guidate, ma è anche possibile farsi guidare alla vista del solo edificio, con aperitivo finale sulla terrazza. Palazzo Grassi Palazzo Grassi è stato l’ultimo palazzo costruito sul Canal Grande prima della caduta della Repubblica di Venezia nel 1797. Dal 1951 è uno spazio consacrato all’arte, prima come Centro internazionale delle arti e del costume, poi come sede di grandi mostre quando viene acquistato dalla Fiat nel 1983 e ristrutturato dall’architetta Gae Aulenti. Infine, nel 2005, il palazzo viene acquistato dal collezionista francese François Pinault che crea così il primo dei suoi musei per esporre, tramite mostre temporanee, la sua sterminata collezione di opere di autori contemporanei dal 1960 ai giorni nostri. Nel 2013 è stato recuperato anche il Teatrino del Palazzo che era stato creato negli anni Sessanta nel giardino del palazzo: oggi il Teatrino propone un ricco programma di concerti, proiezioni, conferenze ed eventi culturali. Per saperne di più www. palazzograssi.it
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Museo del Pomodoro

Dalle Americhe e Parma: un lungo viaggio al Museo del Pomodoro A due passi da Parma, nel cuore agricolo dell’Emilia Romagna, si trova il Museo del Pomodoro, oro rosso di queste terre. Siamo a Collecchio dove si racconta la storia di un pomodoro oggi esportato in tutto il mondo, dalla coltivazione alla conserva. I pionieri della conservazione Il segreto del successo del pomodoro di Parma sta nell’aver trovato presto un modo per conservare un prodotto fresco e tanto deperibile. Fu merito di agronomi innovatori dell’800 capaci di osare sperimentando nuove tecniche di conservazione. Nacquero in quell’epoca i pionieri della nuova industria che diedero inizio a vere e proprie dinastie imprenditoriali. La vera svolta risale al 1922 con la Stazione Sperimentale delle Conserve. Oggi grazie a quelle innovazioni, continuamente migliorate nel tempo, nella zona si lavora più di un milione di tonnellate di pomodoro esportate in mezzo mondo. La rivoluzione del pomodoro Prima dell’arrivo del pomodoro dal Nuovo Mondo, le tavole europee avevano un altro colore. Nel Rinascimento i cibi si condivano ancora con salse di colore bruno. Poi sulle navi di ritorno dalle Americhe comparve qualcosa di giallo: questo era il colore dei primi pomodori arrivati nel Vecchio Continente. In Italia si cominciò a usare il pomodoro intorno al 1600. Al 1705 risale una ricetta toscana che cuoceva le verdure nel rosso dei pomodori pelati, fatti a pezzi e soffritti in olio. Fu l’inizio di tutto. Visto che diventava sempre più richiesto, si iniziò a pensare al modo migliore per conservarlo per tutto l’anno e trasportarlo anche a grandi distanze. Nacquero le conserve. Il viaggio del pomodoro: dal campo alla tavola Sette sono le fasi di lavorazione del pomodoro per una conserva a regola d’arte, tutte illustrate lungo il percorso del museo che si trova nella Corte di Giarola, in un antico centro di trasformazione agroalimentare che risale al Medioevo. Le fasi sono cernita e mondatura, lavaggio, scottatura, setacciatura o spremitura, pastorizzazione, confezionamento, condizionamento. Che sia preparato a casa o in industria, il processo non cambia, perciò il pomodoro resta squisito. Soffermatevi sull’ultima parte del percorso museale che illustra la cultura intorno al pomodoro con pubblicità, sculture, pitture e… ricette! La Corte di Giarola e dintorni Per la sua posizione su uno dei guadi del fiume Taro e lungo la Via Francigena, già in epoca medievale la Corte di Giarola era un luogo importante. Qui sorgeva un monastero femminile dedicato a San Paolo intorno al quale nel tempo si costruirono una chiesa, stalle, vaccherie, un mulino, un caseificio e abitazioni. Tutti protetti da robuste mura. Da non perdere la pieve di San Prospero che risale all’XI secolo. Conserva capitelli zoomorfi e decorazioni in cotto. Merita una visita anche l’ottocentesca Villa Nevicati circondata da un parco con piante secolari. Avete voglia di natura? Allora godetevi una passeggiata tra gli alberi e i laghetti del Parco dei Boschi di Carrega, l’antica riserva di caccia dei Farnese prima e dei Borbone poi.
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Museo del Parmigiano Reggiano

Il Museo del parmigiano reggiano di Soragna, una pausa tra storia e gusto È uno dei 4 Musei del Cibo che si trovano nella zona di Parma e racconta tutto quel che c’è da sapere su uno dei più amati e imitati prodotti tipici italiani: il Museo del parmigiano reggiano si trova a Soragna, negli spazi di un antico caseificio, e vi aspetta per un viaggio nel gusto e nella tradizione del parmigiano. Un caseificio in un castello La location è già speciale, perché si trova all’ombra del castello Meli-Lupi di Soragna, una casata di origine longobarda che ancora lo abita. A pochi passi c’è la piazza del paese e tutto intorno una zona verdissima punteggiata da altri castelli. Uno scenario da fiaba. Il complesso settecentesco che ospita il museo è chiamato Castellazzi. Ne fanno parte una casa colonica con stalla dalle volte a crociera, un antico fienile e ovviamente il caseificio dalla particolare forma tonda. Tutto intorno altri piccoli edifici rustici. Sembra di entrare in un altro tempo. La parte più antica del caseificio risale al 1848. Il museo racconta la produzione del parmigiano reggiano attraverso 120 oggetti dal 1800 alla prima metà del 1900 oltre a foto d’epoca e disegni che mostrano come si sono evolute le tecniche di trasformazione e stagionatura. Al centro c’è l’antica caldaia in rame, il cuore del caseificio. E alla fine del giro non dimenticate di assaggiare il formaggio nello spazio degustazione! Il parmigiano che piaceva a Boccaccio Giovanni Boccaccio già nel 1344 cita il parmigiano per condire ravioli e maccheroni nel suo Decamerone. Ma la storia del parmigiano risale a più di un secolo prima, quando della produzione casearia della zona si occupavano soprattutto i monasteri cistercensi e benedettini. Da allora non si è mai smesso di produrlo. Sono cambiate le tecnologie a disposizione, ma non la tradizione. È ancora un formaggio fatto dalle mani del casaro, solo con latte da mucche con una dieta molto attenta, a cui si aggiungono siero di latte e caglio: nient’altro! Il formaggio che si ottiene però non è ancora pronto, l’ultimo ingrediente è il tempo: riposerà per 24 mesi prima di arrivare in tavola. Due passi a Soragna Il paese di Soragna di storie da raccontare ne ha parecchie. Le sue radici affondano nel Neolitico, passano per i Longobardi e attraversano tutto il Medioevo. Nel 1700 diventò addirittura Principato del Sacro Romano Impero. Cominciate la visita dalla Rocca di Soragna circondata da un giardino all’inglese. Dentro vi accoglieranno splendide sale affrescate con arredi originali barocchi. Poi perdetevi tra le stradine del borgo. Da vedere: la chiesa della Beata Vergine del Carmine con il convento carmelitano che risale al 1600, l’oratorio di Sant’Antonio da Padova, il Santuario della Sacra Famiglia e l’elegante sinagoga neoclassica. A Soragna sin dal XVI c’è stata una ricca comunità ebraica. Il Ponte Taro Nella cornice verdeggiante del Parco Fluviale del Taro si trova la frazione Ponte Taro. L’attrazione principale è il grande ponte monumentale. Il primo attraversamento lo avevano costruito qui già i romani. Distrutto varie volte, fu ricostruito nel 1170 e ancora nel 1235 quando una piena eccezionale se lo portò via. Quello attuale risale al 1816, lo volle la duchessa Maria Luisa d’Asburgo-Lorena.
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Museo del Prosciutto di Parma

Al Museo del prosciutto di Parma per assaggiare la tradizione Benvenuti a Langhirano, distretto del crudo: qui infatti non c’è solo il Museo del prosciutto di Parma, ma anche un festival dedicato a questa delizia prodotta tra il Po e l’Appennino. Il museo si trova negli spazi dell’ex Foro Boario e merita una visita, anche per scoprire gli altri salumi prodotti in zona come il culatello di Zibello e la spalla di San Secondo. Con degustazione inclusa, ovviamente! L’arte dei lardaroli La lavorazione degli insaccati in zona parmense risale al Medioevo, quando i lardaroli si specializzarono tramandando di generazione in generazione una tradizione molto più antica: i Romani già nel II secolo a.C. producevano squisiti prosciutti salati. Quella tradizione, di cui parlarono autori latini come Orazio e Plauto, si consolidò nel tempo. Al prosciutto di Parma si fa riferimento già in un libro di cucina del 1300. Poi si ritrova in un menu di nozze del 1500, tra le poesie di Tassoni e persino tra i consigli dietetici di un medico bolognese del XVI secolo. Oggi alla lavorazione artigianale dell’epoca si sono affiancate tecnologie più moderne che hanno migliorato le condizioni igieniche senza alterare il gusto. Né la tradizione: sono ancora i maestri salatori a preparare le cosce per la stagionatura che dura almeno 12 mesi. Alla fine della quale solo i prosciutti che superano rigidissimi controlli vengono marchiati a fuoco con la corona ducale a 5 punte. Alla scoperta del prosciutto al Foro Boario La sede del museo si trova tra il centro storico di Langhirano e il torrente Parma, su un’area sottratta al fiume all’inizio del 1900 per proteggere l’abitato dalle piene. A quell’epoca risalgono il Macello e il Foro Boario, un’architettura rurale in origine destinata alla vendita del bestiame. Il percorso prevede 8 tappe, quante sono le sezioni del museo. Si comincia dalla scoperta del territorio e delle razze suine per passare alla sezione dedicata al sale, indispensabile per la conservazione dei salumi. Passo dopo passo si scoprono tutti i segreti del prosciutto di Parma, dalla sua produzione all’uso in cucina. Concludete con l’immancabile assaggio nella prosciutteria del museo. A Langhirano e dintorni Il paese di Langhirano si trova sulle verdi pendici dell’Appennino parmense e qui nei primi due weekend di settembre si tiene il festival dedicato al prosciutto di Parma. I salumifici storici si trovavano lungo il torrente per sfruttare meglio l’aria fresca della zona per la stagionatura dei prosciutti. Sono ancora qui, anche se non più in uso. Da vedere anche il palazzo del Municipio, costruito nel XIII e rimaneggiato nel 1600. A pochi chilometri dal paese, sulla riva opposta del torrente, si trova la Badia Cavana fondata su un’altura nel 1111. Fu un’abbazia molto importante della zona. Il gioiello è la piccola chiesa romanica dedicata a San Michele. Poco più distante invece c’è il castello di Torrechiara che risale al 1400. Se avete voglia di fare due passi, godetevi il Sentiero d’Arte di Torrechiara che collega il castello al paese di Langhirano costeggiando il canale di San Michele attraverso boschi, campi e vigneti dell’antica Torcularia, il nome medievale di Torrechiara.