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Storia del Figo Moro da Caneva e altre meraviglie del Friuli Venezia Giulia a tavola

storia del figo moro friuli venezia giulia

Omero lo cita tre volte nell’Odissea, compare immortalato nei dipinti murali dell’antico Egitto e i Fenici lo usavano come alimento principale durante i loro viaggi in mare, contribuendo così alla sua diffusione in tutto il Mediterraneo. È il Figo Moro, la pianta originaria della Siria che è tra le prime coltivate dall’uomo ed è arrivata prima del XIV secolo in Friuli Venezia Giulia, dove oggi è uno dei prodotti tipici più apprezzati.

Il Figo Moro infatti giunge nella zona di Caneva, ultimo baluardo del Patriarcato di Aquileia, prima del Trecento e mette radici su queste colline, in una zona verdeggiante e fertile, ricca di elementi come il ferro e il carbonato di calcio, dove scorre il fiume Livenza. Col passare del tempo questi frutti sono diventati tra i preferiti dei nobili veneziani, per il loro inconfondibile sapore zuccherino e per le caratteristiche organolettiche uniche. 

Dalla forma allungata, questa tipologia di fico misura tra i 3 e 3,5 centimetri e si riconosce per la tipica buccia sottile, dal colore blu scuro e violetto e per la polpa rosso acceso e mielosa.

Le piante sono così resistenti che ancora oggi i produttori non utilizzano nessuna sostanza chimica per farle crescere o proteggerle da parassiti e malattie.

Il Figo Moro nel corso dei secoli ha stretto un fortissimo legame con la comunità di Caneva: qui da agosto a settembre, quando è maturo, viene raccolto ancora a mano, alle prime luci del mattino e al calare della sera, seguendo una tradizione rimasta immutata nel tempo.  

Per promuovere questo delizioso frutto nel 2006 è stato fondato il Consorzio per la Tutela e Valorizzazione del Figo Moro, composto da una cinquantina di produttori locali.

 

Oltre il Figo Moro

oltre al figo moro

Il Figo Moro si può gustare accompagnato da cibi dolci o salati ma esprime il suo massimo potenziale accostato ad altre eccellenze friulane, per esempio con una fetta di Prosciutto di San Daniele o uno spicchio di Montasio DOP, un formaggio dal gusto morbido e delicato.

Un abbinamento perfetto potrebbe essere anche quello con il Forma di Frant, formaggio d’alpeggio che nasce nella Carnia, una delle zone più incontaminate dell’intero arco alpino. È un esempio particolarmente riuscito di riutilizzo creativo (e saporito) di quella civiltà contadina che non poteva permettersi di sprecare niente. Tantomeno un formaggio ottenuto con il latte delle vacche che pascolavano sugli alpeggi, che nei suoi profumi e aromi esprimeva tutta la ricchezza delle erbe spontanee.

Infatti, quando le forme di formaggio di malga risultavano difettose, perché magari gonfiate o con la crosta spaccata, venivano riunite tutte insieme, sminuzzate in piccoli pezzi o grattugiate. Quindi si amalgamavano con latte, panna di affioramento, sale e pepe fino ad ottenere un impasto omogeneo, che veniva poi ricomposto in forme nuove e stagionato per 40 giorni. 

Il risultato di questo procedimento unico è il Formadi Frant, così particolare che varia a seconda di chi lo produce e unisce alla morbidezza data dalla panna i sapori più marcati e piccanti dei formaggi d’alpeggio. 

Perfetto da gustare accompagnato da un bicchiere di rosso del territorio, come lo Schioppettino di Prepotto, un’altra eccellenza da riscoprire. Coltivato in un angolo della Doc Friuli Colli Orientali, in provincia di Udine, questo vino si esprime al meglio nel suo terroir d’origine, nascosto in una vallata chiusa a cavallo tra Prepotto e il confine sloveno, dove lo chiamano Pòcalza.

 

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