Salta il menu

Un viaggio in primavera è la scelta migliore per godersi il clima favorevole e vedere i bellissimi borghi italiani rifiorire

In Primavera si assiste ad una vera e propria esplosione della natura capace di cambiare luoghi e paesaggi. Uno dei piaceri più semplici è quello di esplorare l'ambiente e di cogliere i panorami e i suoni circostanti. Quando sceglierai dove andare in primavera in Italia preparati a lasciarti stupire da colori, profumi e scenari incredibili e vivere appieno la stagione della rinascita per eccellenza.
PRIMAVERA - Tra milioni di esperienze 2032 risultati di ricerca

Faro Capel Rosso

Da Giglio Castello partono due strade carrozzabili lunghe entrambe circa 6 km. La prima conduce a Giglio Campese, con la sua torre secentesca e l’ampia spiaggia dotata di stabilimenti balneari. L’altra porta allo scenografico faro di punta del Capel Rosso, raggiungibile anche a piedi lungo un sentiero panoramico. Il faro fu costruito nel 1883 dalla Marina Militare per rimpiazzare il Faro delle Vaccarecce. La struttura è formata da una torre bianca a sezione ottagonale che si eleva davanti alla parte centrale della facciata orientata verso il mare. La Lanterna, ancora funzionante, si innalza a 90 metri su livello del mare e ha un’ottica rotante con una portata di 23 miglia. Il caratteristico edificio a righe bianche e rosse e pianta rettangolare ospitava gli alloggi dei guardiani prima degli Anni ‘80, quando subentrò l’automatizzazione. L’ultimo farista, Luigi Baffigi, lavorò qui per quasi 40 anni. Luigi ricorda felicemente quel periodo: “Da qui quando l’aria è pulita vedi l’Argentario, Giannutri, la Corsica, Montecristo e quando sali più su vedi anche l’Elba. Una grande bellezza per chi sa ammirarla”. Degno, dunque, di un film di Sorrentino, il faro Capel Rosso ha stregato il guardiano, che ricorda un po’ malinconico: “Era bello vedere i fulmini che cascavano in acqua, nelle notti di tempesta”. Quando gli proposero l’incarico era titubante al pensiero che sarebbe rimasto da solo la maggior parte del tempo, ma si disse di volerci provare e che, al massimo, sarebbe rimasto sveglio tutta la notte. Aveva 24 anni. Il faro è rimasto disabitato fino al 2016, quando è stato convertito in un relais.

Faro di Punta Palascìa

In provincia di Otranto, il promontorio roccioso di Punta Palascìa, coperto di magre praterie e abitato da un faro, è il punto più orientale d’Italia e il punto più vicino all’Albania. Secondo le convenzioni nautiche, il mar Ionio e l’Adriatico s’incontrerebbero qui e non, come comunemente si ritiene, presso Leuca. Il faro del promontorio è oggi uno dei 5 fari del Mediterraneo tutelati dalla Commissione Europea. Venne eretto nel 1867 per poi essere abbandonato nel 1970, anno in cui fu oggetto di un programma di recupero finanziato dall’Unione Europea, dalla Regione Puglia e dallo Stato italiano. Fu nel 2005, durante la manifestazione “Alba dei Popoli” nella notte di S. Silvestro, che la lanterna venne finalmente riaccesa. Questa torre alta circa 32 metri è visitabile anche all’interno, dove si trova il Museo Multimediale del mare, in cui si possono esplorare fauna e flora locale. Ai piedi del faro si trova anche una piccola casetta che fungeva da dimora per la famiglia che, di generazione in generazione, ne prendeva in carico la gestione. Volendo salire fino alla cima, si devono percorrere circa 150 scalini, ma una volta su sarà possibile ammirare la lanterna, e non una qualunque. Fu realizzata nel 1884 a Parigi dal pupillo di Gustave Eiffel, l’orologiaio Augustine-Henry Lepaute, e ora svetta sulla cima della torre a 60 metri sul livello del mare. A differenza di molte altre lanterne questa non presenta un sistema rotativo e la sua luce lampeggia a intervalli regolari di circa 4 secondi, visibile fino a 18 miglia nautiche.

Faro di Santa Maria di Leuca

Il faro di Santa Maria di Leuca, è lambito dalle acque dello Ionio salentino. Dal faro, allargando lo sguardo verso est si scorge il piazzale porticato della basilica di S. Maria de Finibus Terrae e poi il nastro d’asfalto della litoranea che viaggia parallela alla scogliera sull’Adriatico. L’ultima occhiata è per Punta Meliso, un triangolo di scogli appuntiti che per convenzione segna l’incontro dei due mari, lo Ionio e l’Adriatico. Sulle carte nautiche, in verità, la linea di confine è tracciata poco più a nord, all’altezza del faro di Punta Palascìa, a Otranto. Questo faro è il più alto della Puglia: è una torre bianca ottagonale a 102,3 metri sul livello del mare, che dal 1886 segnala la linea di terra di chi naviga per mare. Una doppia scalinata monumentale, composta da due rampe a cielo aperto da circa 300 gradini ciascuna (254 sono invece i gradini della scala a chiocciola all’interno del faro), collega il promontorio del faro con il porto di Leuca. Il fanale di Santa Maria di Leuca emette luce intermittente con un intervallo di 15 secondi, che illumina fino a 25 miglia nautiche. Nel suo ventre cavo la lanterna custodisce una lampadina da 150W: di fatto tutto il gioco è dato dalla rifrazione e la diffrazione ottenute grazie alla lente di Fresnel, dal nome di un fisico francese che usò un sistema di prismi per riflettere e deviare le onde luminose. La lampada è una struttura circolare concentrica e rotante formata da tante formelle, inclinate alle estremità e verticali verso il centro. Grazie a queste formelle la luce viene indirizzata e moltiplicata, ed è visibile fino a quasi 50 km di distanza. Il guardiano del faro, Antonio, innamorato del suo lavoro come tutti i faristi, afferma che il momento più bello di stare in quel posto è il tramonto, quando Leuca diventa un presepe colorato di rosso. Però, aggiunge, bisogna anche apprezzare la solitudine per fare questo mestiere. Antonio è custode da 27 anni, abita con la sua famiglia nel faro e per la maggior parte dell’anno vivono isolati: d’inverno vedono arrivare solo pellegrini, mentre a luglio e agosto si concentrano i turisti. Antonio spiega che ora il faro è quasi completamente automatizzato, mentre una volta il meccanismo di rotazione aveva bisogno di “ricevere la corda” ogni 2 ore: la chiamavano “veglia dello scapolo” perché chi era addetto alla corda dormiva in brandina nell’alloggio in cima, sotto la lanterna. Oggi molti fari non hanno più personale all’interno, infatti ad Antonio e alla sua squadra, sotto la Direzione fari della Marina Militare,spetta anche la gestione di altri fari salentini.
Faro di Strombolicchio

Faro di Strombolicchio

La splendida isola vulcanica di Strombolicchio, che fa parte del comune di Lipari, si trova a nord-est dell'isola di Stromboli, nelle Isole Eolie, isole intrise di racconti mitologici legati ai venti e alle eruzioni vulcaniche. Gli antichi Egizi veneravano queste isole come "Isole del Fuoco", specialmente l'isola di Vulcano, dove seppellivano e "purificavano" i loro illustri defunti. Una leggenda locale racconta che Strombolicchio sia il tappo del vulcano di Stromboli, lanciato in mezzo al mare durante una violenta eruzione. Invece Strombolicchio è ciò che rimane delle antiche eruzioni di un vulcano delle Eolie risalente a circa 200.000 anni fa: è essenzialmente un blocco di magma solidificato. Dichiarato Riserva Naturale Integrale nel 1991, l'isolotto presenta ripide scogliere che si affacciano sul mare e ospita un faro risalente al 1926 e attivo dal 1938. Originariamente alta circa 70 metri sul livello del mare, l'isola fu ridotta all'attuale altezza di 56 metri per costruire il faro. Una scala di 152 gradini intagliati nella roccia di basalto, andesite e augite, permette di raggiungere la sommità dell'isolotto. I gradini inferiori sono lambiti dal mare e sono accessibili solo quando le acque sono calme. Una volta il fanale funzionava a gas propano; era alimentato da 6 bombole da 10 kg alle quali se ne aggiungevano 6 di riserva. All’epoca non era raro che vi fossero intoppi gravi e urgenti, come ricorda un farista in servizio da quasi 41 anni, Luciano Rizzo. Il guardiano ricorda che nel dicembre 1986 il messaggio “Avvisi ai Naviganti” informava i natanti in transito da e verso lo stretto di Messina che il fanale di atterraggio di Strombolicchio era spento. Egli dovette, dopo varie rocambolesche avventure, essere accompagnato in elicottero fino al faro di Strombolicchio, dove in solamente 10 minuti riuscì a smontare e rimontare il lampeggiatore in tutte le sue parti meccaniche eliminando le ceneri della retina che avevano tra l’altro otturato l’ugello a gas. Adesso, per fortuna, il faro è completamente automatizzato e gestito dalla Marina Militare italiana. L'ottica del faro, alimentata da pannelli fotovoltaici, è essenziale per la navigazione tra l'isola di Stromboli e la costa calabra.
Faro dello Scoglio Mangiabarche

Faro dello Scoglio Mangiabarche

Il Faro Mangiabarche si trova sull'omonimo scoglio, circa 400 metri al largo dell'isola di Sant'Antioco, in Sardegna. Costruito intorno al 1935, il faro avverte i naviganti provenienti dalle coste spagnole e dall'isola di S. Pietro della presenza di un tratto di mare particolarmente pericoloso. Tra l'isola di Sant'Antioco e lo scoglio del faro, ci sono scogli e secche affioranti che rappresentano ancora oggi una seria minaccia. Inoltre, il forte vento di maestrale che soffia dall'Atlantico durante l'inverno spinge le imbarcazioni verso gli scogli, aggravando la situazione a causa delle correnti nel tratto di mare stretto. Il faro era alimentato a propano fino al 1970, quando si decise di sostituire l'alimentazione con pannelli fotovoltaici. Nel 2000, inoltre, il faro è stato sottoposto a un importante restauro. Per capire qualcosa di più riguardo al suo nome, pensate alle parole di Massimo Carlotto nel suo romanzo “Il Mistero di Mangiabarche”: “Vidi un grande scoglio, circondato da altri più piccoli, dei quali emergevano dall’acqua solo le punte. Aguzze e pericolose. Le onde spinte dal maestrale si schiantavano contro le rocce, arrivando a bagnare con i loro spruzzi il faro che si ergeva nel punto più alto. L’origine del nome era evidente: sembrava la dentatura di un mostro marino”. Di fatto, secondo una leggenda, il nome Mangiabarche deriverebbe dall'aspetto delle secche e delle rocce visibili, che ricorderebbero i denti di un mostro marino. Secondo altre fonti, invece, sembra che si debba ai molti naufragi causati, che è valso a questo isolotto e agli altri due isolotti vicini la nomina di "mangiatori di barche". Semi-nascosti dalla superficie dell'acqua, quando la marea è più alta i tre Mangiabarche emergono soltanto con poche punte rocciose. Un'insidia a cui spesso era impossibile sottrarsi.

Ex Cinema Dumont - Biblioteca Venezia

L’edificio che ospita la Biblioteca Venezia nacque nel 1908 tra via Frisi e via Melzo, per ospitare il cinematografo Dumont. Era una delle prime strutture appositamente concepite per la proiezione di film in Italia, costruita strategicamente a due passi dall’elegante corso Venezia, appena oltre i caselli di Porta Venezia, in una zona della città che si stava urbanizzando proprio in quegli anni, all’insegna della modernità e del progresso. I gestori erano i fratelli Galli, che scelsero un nome francese per dare un tocco elegante all’esercizio (in fondo il cinema era nato in Francia, proprio come l’Art Nouveau…). L’edificio, a un solo piano, fu progettato dagli architetti Ferdinando Tettamanzi e Giovanni Mainetti in stile Liberty, molto in voga all’epoca: in questa stessa zona, a pochi passi dal cinema Dumont, erano appena sorte le splendide casa Guazzoni e casa Galimberti. La facciata in cemento affascina ancora oggi, con i suoi bassorilievi fitomorfi, mentre gli interni comprendevano un bar e una sala con circa 500 posti. Negli Anni ’30 il cinema Dumont chiuse i battenti e seguì un periodo di decadenza in cui l’edificio fu utilizzato come autorimessa e parcheggio multipiano, nonostante la forte opposizione degli abitanti del quartiere. Nel 2001, finalmente, l’atrio dell’ex cinema venne restituito alla collettività come nuova sede della Biblioteca di quartiere, precedentemente ospitata nei caselli daziari di Porta Venezia.

Palazzina Liberty Dario Fo e Franca Rame

La Palazzina Liberty di Milano, con le sue eleganze d’inizio ’900, oggi può apparire un po’ fuori contesto, isolata com’è nel parco Vittorio Formentano di largo Marinai d’Italia, sulla circonvallazione esterna di Milano. Quando fu costruita la destinazione d’uso e il mood di questa zona erano ben diversi: bisogna immaginarla circondata da vasti padiglioni in vetro e ferro battuto, negozi, magazzini e altri edifici brulicanti di vita. Nei primi anni del secolo scorso, infatti, le autorità cittadine decisero di spostare qui il Verziere, lo storico mercato ortofrutticolo che si era sempre tenuto nel centro di Milano. Il nuovo mercato comprendeva una serie di strutture e servizi all’avanguardia distribuiti razionalmente, tra cui spiccava la bella palazzina: era il padiglione di ristoro per gli avventori e i commercianti, progettato in stile Liberty guardando agli esempi europei più moderni. L’edificio, ideato dall’architetto Alberto Migliorini nel 1908, è una struttura a un unico piano con pianta rettangolare e due absidi sui lati corti, con una luminosa sala interna; lo caratterizzano grandi finestre con intelaiature in ferro ed eleganti decorazioni floreali a piastrelle. Proprio per la sua bellezza la palazzina fu risparmiata dagli abbattimenti quando il mercato fu interamente smantellato, nel 1965. Iniziò tuttavia un periodo di abbandono in cui l’area dell’ex mercato si trasformò quasi spontaneamente in un parco. Nel 1974 la Palazzina Liberty fu concessa in uso al collettivo “La Comune” del futuro premio Nobel Dario Fo e di sua moglie Franca Rame, diventando un polo fondamentale del teatro e della cultura milanesi: perciò oggi è ufficialmente intitolata alla coppia. Dal 1992, dopo ampi restauri, accolse la Casa della poesia, i concerti dell'Orchestra da Camera Milano Classica, il Festival Senza Parola dedicato ai film muti e molte altre iniziative culturali e musicali. Dopo un nuovo periodo di abbandono, oggi la palazzina sta vivendo una grande riqualificazione che è destinata a riportarla alla bellezza di un tempo entro il 2026, ma è prevista una parziale riapertura già prima della fine dei lavori.
Ops! C'è stato un problema con la condivisione. Accetta i cookie di profilazione per condividere la pagina.