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Un viaggio in primavera è la scelta migliore per godersi il clima favorevole e vedere i bellissimi borghi italiani rifiorire

In Primavera si assiste ad una vera e propria esplosione della natura capace di cambiare luoghi e paesaggi. Uno dei piaceri più semplici è quello di esplorare l'ambiente e di cogliere i panorami e i suoni circostanti. Quando sceglierai dove andare in primavera in Italia preparati a lasciarti stupire da colori, profumi e scenari incredibili e vivere appieno la stagione della rinascita per eccellenza.
PRIMAVERA - Tra milioni di esperienze 2027 risultati di ricerca

Chiesa di S. Chiara a Sulmona

Situato nel margine sud est di piazza Garibaldi, il portale del monastero di S. Chiara nasconde parzialmente la propria chiesa, della quale dall’esterno resta visibile solo la parte superiore. La chiesa risale al XIII secolo, ma fu ricostruita a seguito di due terribili terremoti che colpirono Sulmona nel 1456 e nel 1706, fino ad assumere la forma attuale. Varcato il primo ingresso dalla scalinata che dà su piazza Garibaldi si accede al piccolo cortile del monastero, dal quale è possibile apprezzare la sobria semplicità della facciata barocca. Il prospetto è caratterizzato da una finitura a intonaco di colore arancio pallido e dall'elegante portale, sormontato da un timpano arcuato che sorregge un medaglione ovale. Secondo l'uso barocco, la linearità della facciata contrasta con la sfarzosità delle decorazioni interne. I lavori di restauro settecenteschi non hanno alterato significativamente la struttura dell'edificio a navata unica, ma hanno stravolto il precedente stile medievale con un trionfo di stucchi dorati, ornamenti scultorei e marmi colorati, rendendo questo edificio sacro uno dei più preziosi della regione. Al contrario del monastero, la chiesa era aperta a tutti i fedeli: per consentire alle clarisse di partecipare alle funzioni mantenendo il loro voto di clausura furono inseriti nelle pareti i coretti schermati da grate. Si narra che nel XV secolo siano state proprio le monache di S. Chiara a dare vita all'arte confettiera per cui la città di Sulmona è nota.

Palazzo ducale

La rossa facciata del palazzo ducale di Massa, con i suoi 82 metri di lunghezza, occupa l'intero lato sud di piazza Aranci. La stessa piazza fu creata nel XIX secolo proprio per mettere in evidenza la sontuosità del palazzo, demolendo la pieve di S. Pietro che la occupava. Il palazzo fu voluto dal sovrano di Massa e Carrara Alberico I Cybo-Malaspina, che desiderava trasferire la corte all'interno della città sostituendo l'ormai vetusto Castello Malaspina, imponente fortificazione di origine longobarda risalente all'XI secolo. Il palazzo ducale venne costruito nel 1547 sulla pianta di una villa di proprietà dei Malaspina, ed era inizialmente molto più piccolo. Diversi rimaneggiamenti ne ampliarono le dimensioni e lo sfarzo, fino a raggiungere la forma attuale nel XVII secolo, quando l'architetto Alessandro Bergamini completò la vermiglia facciata ispirandosi ai palazzi del potere romani. Un tempo scrigno di preziose opere d'arte rinascimentali, il palazzo subì un periodo sventurato tra XVIII e XIX secolo: i beni artistici e archeologici dei Cybo-Malaspina, tra cui opere di Leonardo, Raffaello, Tiziano, Giorgione, Guercino, furono dapprima dissipati dal duca Alderano, e successivamente aggrediti dalle spoliazioni napoleoniche. Opera principale custodita nel palazzo resta oggi l'affascinante complesso scultoreo della barocca Grotta del Nettuno, ispirata alle grotte rinascimentali che ornavano i giardini dei palazzi della Toscana cinquecentesca.

Faro Capel Rosso

Da Giglio Castello partono due strade carrozzabili lunghe entrambe circa 6 km. La prima conduce a Giglio Campese, con la sua torre secentesca e l’ampia spiaggia dotata di stabilimenti balneari. L’altra porta allo scenografico faro di punta del Capel Rosso, raggiungibile anche a piedi lungo un sentiero panoramico. Il faro fu costruito nel 1883 dalla Marina Militare per rimpiazzare il Faro delle Vaccarecce. La struttura è formata da una torre bianca a sezione ottagonale che si eleva davanti alla parte centrale della facciata orientata verso il mare. La Lanterna, ancora funzionante, si innalza a 90 metri su livello del mare e ha un’ottica rotante con una portata di 23 miglia. Il caratteristico edificio a righe bianche e rosse e pianta rettangolare ospitava gli alloggi dei guardiani prima degli Anni ‘80, quando subentrò l’automatizzazione. L’ultimo farista, Luigi Baffigi, lavorò qui per quasi 40 anni. Luigi ricorda felicemente quel periodo: “Da qui quando l’aria è pulita vedi l’Argentario, Giannutri, la Corsica, Montecristo e quando sali più su vedi anche l’Elba. Una grande bellezza per chi sa ammirarla”. Degno, dunque, di un film di Sorrentino, il faro Capel Rosso ha stregato il guardiano, che ricorda un po’ malinconico: “Era bello vedere i fulmini che cascavano in acqua, nelle notti di tempesta”. Quando gli proposero l’incarico era titubante al pensiero che sarebbe rimasto da solo la maggior parte del tempo, ma si disse di volerci provare e che, al massimo, sarebbe rimasto sveglio tutta la notte. Aveva 24 anni. Il faro è rimasto disabitato fino al 2016, quando è stato convertito in un relais.

Faro di Santa Maria di Leuca

Il faro di Santa Maria di Leuca, è lambito dalle acque dello Ionio salentino. Dal faro, allargando lo sguardo verso est si scorge il piazzale porticato della basilica di S. Maria de Finibus Terrae e poi il nastro d’asfalto della litoranea che viaggia parallela alla scogliera sull’Adriatico. L’ultima occhiata è per Punta Meliso, un triangolo di scogli appuntiti che per convenzione segna l’incontro dei due mari, lo Ionio e l’Adriatico. Sulle carte nautiche, in verità, la linea di confine è tracciata poco più a nord, all’altezza del faro di Punta Palascìa, a Otranto. Questo faro è il più alto della Puglia: è una torre bianca ottagonale a 102,3 metri sul livello del mare, che dal 1886 segnala la linea di terra di chi naviga per mare. Una doppia scalinata monumentale, composta da due rampe a cielo aperto da circa 300 gradini ciascuna (254 sono invece i gradini della scala a chiocciola all’interno del faro), collega il promontorio del faro con il porto di Leuca. Il fanale di Santa Maria di Leuca emette luce intermittente con un intervallo di 15 secondi, che illumina fino a 25 miglia nautiche. Nel suo ventre cavo la lanterna custodisce una lampadina da 150W: di fatto tutto il gioco è dato dalla rifrazione e la diffrazione ottenute grazie alla lente di Fresnel, dal nome di un fisico francese che usò un sistema di prismi per riflettere e deviare le onde luminose. La lampada è una struttura circolare concentrica e rotante formata da tante formelle, inclinate alle estremità e verticali verso il centro. Grazie a queste formelle la luce viene indirizzata e moltiplicata, ed è visibile fino a quasi 50 km di distanza. Il guardiano del faro, Antonio, innamorato del suo lavoro come tutti i faristi, afferma che il momento più bello di stare in quel posto è il tramonto, quando Leuca diventa un presepe colorato di rosso. Però, aggiunge, bisogna anche apprezzare la solitudine per fare questo mestiere. Antonio è custode da 27 anni, abita con la sua famiglia nel faro e per la maggior parte dell’anno vivono isolati: d’inverno vedono arrivare solo pellegrini, mentre a luglio e agosto si concentrano i turisti. Antonio spiega che ora il faro è quasi completamente automatizzato, mentre una volta il meccanismo di rotazione aveva bisogno di “ricevere la corda” ogni 2 ore: la chiamavano “veglia dello scapolo” perché chi era addetto alla corda dormiva in brandina nell’alloggio in cima, sotto la lanterna. Oggi molti fari non hanno più personale all’interno, infatti ad Antonio e alla sua squadra, sotto la Direzione fari della Marina Militare,spetta anche la gestione di altri fari salentini.
Faro di Strombolicchio

Faro di Strombolicchio

La splendida isola vulcanica di Strombolicchio, che fa parte del comune di Lipari, si trova a nord-est dell'isola di Stromboli, nelle Isole Eolie, isole intrise di racconti mitologici legati ai venti e alle eruzioni vulcaniche. Gli antichi Egizi veneravano queste isole come "Isole del Fuoco", specialmente l'isola di Vulcano, dove seppellivano e "purificavano" i loro illustri defunti. Una leggenda locale racconta che Strombolicchio sia il tappo del vulcano di Stromboli, lanciato in mezzo al mare durante una violenta eruzione. Invece Strombolicchio è ciò che rimane delle antiche eruzioni di un vulcano delle Eolie risalente a circa 200.000 anni fa: è essenzialmente un blocco di magma solidificato. Dichiarato Riserva Naturale Integrale nel 1991, l'isolotto presenta ripide scogliere che si affacciano sul mare e ospita un faro risalente al 1926 e attivo dal 1938. Originariamente alta circa 70 metri sul livello del mare, l'isola fu ridotta all'attuale altezza di 56 metri per costruire il faro. Una scala di 152 gradini intagliati nella roccia di basalto, andesite e augite, permette di raggiungere la sommità dell'isolotto. I gradini inferiori sono lambiti dal mare e sono accessibili solo quando le acque sono calme. Una volta il fanale funzionava a gas propano; era alimentato da 6 bombole da 10 kg alle quali se ne aggiungevano 6 di riserva. All’epoca non era raro che vi fossero intoppi gravi e urgenti, come ricorda un farista in servizio da quasi 41 anni, Luciano Rizzo. Il guardiano ricorda che nel dicembre 1986 il messaggio “Avvisi ai Naviganti” informava i natanti in transito da e verso lo stretto di Messina che il fanale di atterraggio di Strombolicchio era spento. Egli dovette, dopo varie rocambolesche avventure, essere accompagnato in elicottero fino al faro di Strombolicchio, dove in solamente 10 minuti riuscì a smontare e rimontare il lampeggiatore in tutte le sue parti meccaniche eliminando le ceneri della retina che avevano tra l’altro otturato l’ugello a gas. Adesso, per fortuna, il faro è completamente automatizzato e gestito dalla Marina Militare italiana. L'ottica del faro, alimentata da pannelli fotovoltaici, è essenziale per la navigazione tra l'isola di Stromboli e la costa calabra.
Faro dello Scoglio Mangiabarche

Faro dello Scoglio Mangiabarche

Il Faro Mangiabarche si trova sull'omonimo scoglio, circa 400 metri al largo dell'isola di Sant'Antioco, in Sardegna. Costruito intorno al 1935, il faro avverte i naviganti provenienti dalle coste spagnole e dall'isola di S. Pietro della presenza di un tratto di mare particolarmente pericoloso. Tra l'isola di Sant'Antioco e lo scoglio del faro, ci sono scogli e secche affioranti che rappresentano ancora oggi una seria minaccia. Inoltre, il forte vento di maestrale che soffia dall'Atlantico durante l'inverno spinge le imbarcazioni verso gli scogli, aggravando la situazione a causa delle correnti nel tratto di mare stretto. Il faro era alimentato a propano fino al 1970, quando si decise di sostituire l'alimentazione con pannelli fotovoltaici. Nel 2000, inoltre, il faro è stato sottoposto a un importante restauro. Per capire qualcosa di più riguardo al suo nome, pensate alle parole di Massimo Carlotto nel suo romanzo “Il Mistero di Mangiabarche”: “Vidi un grande scoglio, circondato da altri più piccoli, dei quali emergevano dall’acqua solo le punte. Aguzze e pericolose. Le onde spinte dal maestrale si schiantavano contro le rocce, arrivando a bagnare con i loro spruzzi il faro che si ergeva nel punto più alto. L’origine del nome era evidente: sembrava la dentatura di un mostro marino”. Di fatto, secondo una leggenda, il nome Mangiabarche deriverebbe dall'aspetto delle secche e delle rocce visibili, che ricorderebbero i denti di un mostro marino. Secondo altre fonti, invece, sembra che si debba ai molti naufragi causati, che è valso a questo isolotto e agli altri due isolotti vicini la nomina di "mangiatori di barche". Semi-nascosti dalla superficie dell'acqua, quando la marea è più alta i tre Mangiabarche emergono soltanto con poche punte rocciose. Un'insidia a cui spesso era impossibile sottrarsi.
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