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Un viaggio in primavera è la scelta migliore per godersi il clima favorevole e vedere i bellissimi borghi italiani rifiorire

In Primavera si assiste ad una vera e propria esplosione della natura capace di cambiare luoghi e paesaggi. Uno dei piaceri più semplici è quello di esplorare l'ambiente e di cogliere i panorami e i suoni circostanti. Quando sceglierai dove andare in primavera in Italia preparati a lasciarti stupire da colori, profumi e scenari incredibili e vivere appieno la stagione della rinascita per eccellenza.
PRIMAVERA - Tra milioni di esperienze 2032 risultati di ricerca
Stazione di Venezia Santa Lucia

Stazione di Venezia Santa Lucia

“Giungere a Venezia col treno, dalla stazione, era come entrare in un palazzo per la porta di servizio”, scriveva l’autore tedesco Thomas Mann nel suo libro “Morte a Venezia”. Secondo Mann, infatti, nella “città inverosimile tra tutte” bisognava approdare in barca per godere appieno di tutta la sua magnificenza. In realtà, però, su un’isola come Venezia, l’arrivo della ferrovia costituì una rivoluzione per il sistema dei trasporti lagunare e per la vita stessa della città. E così, quella “porta di servizio” si era trasformata nel collegamento più agile e diretto con il resto del mondo. Ce ne vollero di anni, però, prima che Venezia Santa Lucia, l’odierna stazione di testa della Serenissima, vedesse la luce. A farne le spese furono, dopo il 1861, la chiesa e il convento di S. Lucia e altri palazzi circostanti che vennero abbattuti per lasciare spazio al primo edificio di stazione. È, invece, originario degli Anni ’20 del ‘900 il progetto della struttura attuale per cui venne inizialmente incaricato l’architetto Angelo Mazzoni. Per oltre 15 anni si protrassero proposte di progetto e varianti, fino a quando nel 1934 l’architetto Virgilio Vallot vinse un concorso indetto per la realizzazione dello scalo. Due anni dopo, la coppia di architetti Mazzoni e Vallot diedero il via alla costruzione, che terminò solo nel 1952, con uno stile razionalista. Oggi, di fronte al grande fregio FS che scruta i viaggiatori all’ingresso, navigano i vaporetti del Canal Grande, mentre appena di fianco si trova il moderno Ponte della Costituzione dell’architetto spagnolo Santiago Calatrava, che collega la stazione con piazzale Roma.
Complesso di Castelseprio-Torba

Complesso di Castelseprio-Torba

Il complesso archeologico di Castelseprio-Torba è immerso tra i boschi della valle dell’Olona, in una posizione strategica per i collegamenti tra il sistema fluviale e i valichi alpini: perciò quest’area fu considerata un avamposto da presidiare fin dalla tarda antichità, e tale rimase in epoca longobarda. Oggi fa parte del sito seriale UNESCO “I Longobardi in Italia. I luoghi del potere” ed è composto da tre luoghi monumentali distinti: il Castrum, un tempo cinto da poderose mura turrite, la chiesa di S. Maria Foris Portas e il monastero di Torba. Il Castrum, perfetto esempio di riutilizzo barbarico di architetture militari romane, si originò tra il IV e il V secolo d.C. e in epoca longobarda divenne sede di un gastaldato. All’interno si vedono i resti della basilica paleocristiana di S. Giovanni Evangelista con il suo battistero ottagonale, entrambi utilizzati dai Longobardi nel VII secolo per le sepolture dei loro aristocratici, oltre a tracce di altri edifici civili e militari; un piccolo Antiquarium custodisce i reperti più significativi rinvenuti nel sito (ancora in fase di scavo). La chiesa di S. Maria Foris Portas, come indica il nome stesso, si trova al di fuori del Castrum. Conserva nell’abside uno dei più importanti e antichi cicli pittorici dell’Italia altomedievale, datato tra il VII e il X secolo: gli episodi dell’infanzia di Gesù, tratti dai vangeli canonici e apocrifi, sono ritratti con un’abilità e una naturalezza senza pari per l’epoca, con soluzioni “proto-prospettiche” ancora legate alla pittura romana combinate con influssi orientali. L’ultimo sito del complesso è il monastero di Torba, nel comune di Gornate Olona. Un tempo era l’avamposto militare a fondovalle del Castrum, ma durante la pax longobarda fu occupato da un gruppo di monache benedettine, che tra l’VIII e l’XI lo ampliarono con la costruzione della chiesetta di S. Maria. Particolarmente interessante è la torre inglobata nel monastero, una delle poche torri romane rimaste nel nord Italia, che le monache riutilizzarono e ricoprirono di affreschi ieratici e misteriosi: splendidi i loro ritratti, oggi quasi tutti senza volto, uno dei quali conserva ancora il nome di Aliberga.
Lodi Vecchio

Lodi Vecchio

Le radici di Lodi Vecchio affondano nella Gallia Cisalpina. Così era chiamata la Pianura Padana quando, nell’89 a.C., il console romano Pompeo Strabone conferì la cittadinanza latina a un piccolo insediamento sulle rive del Lambro: in suo onore, quel paesino prese il nome Laus Pompeia, l’antenata di Lodi Vecchio. Divenne una cittadina prosperosa, che il protovescovo san Bassiano cristianizzò già alla fine del IV secolo d.C., ma destinata a una fine drammatica. Al tempo delle lotte tra i Comuni lombardi, infatti, Laus Pompeia si scontrò con Milano, fu sconfitta e nel 1158 venne rasa al suolo. L’imperatore Federico Barbarossa, nemico dei milanesi, con le sue macerie edificò la nuova città di Lodi, qualche chilometro più a est. La cittadina distrutta rinacque in tono minore con il nome di Lauda Veteris, per l’appunto Lodi Vecchio. Le sue nobili e antiche origini si ritrovano però nella basilica dei XII Apostoli, ai margini del centro abitato, consacrata dallo stesso san Bassiano e rifatta in epoca romanica; e nella chiesa di S. Pietro, con affaccio su piazza Vittorio Emanuele II: risale all’anno 832 la decisione dell’imperatore Ludovico il Pio di porla sotto la giurisdizione dell’abbazia di Nonantola, nel Modenese, allora molto potente. Poco distante, vale la pena di gettare uno sguardo nell’androne d’ingresso del settecentesco palazzo Rho, oggi in disuso, per ammirare la volta a botte decorata con rilievi e il portico a bugnato. Al ‘600-‘700 risale anche la piccola cappella della Madonna della Valletta, a ovest del centro.
Orio Litta

Orio Litta

Il borgo di Orio Litta risale al IX secolo, venne fondato quando i monaci di Lodi Vecchio portarono a termine la faticosa bonifica del territorio circostante, fino ad allora paludoso e inospitale. Era un paese piccolo e di contadini, eppure conquistò una certa fama: l’arcivescovo di Canterbury Sigerico, che nel 990 raggiunse Roma per ricevere il pallio dalle mani di papa Giovanni XV, nel suo lungo e travagliato viaggio si fermò proprio in questo centro, e ancora oggi Orio Litta è una tappa della Via Francigena, la numero 15 in territorio italiano. Il nome Orio (“Litta” fu aggiunto dopo l’Unità d’Italia) compare perfino nei Palazzi Vaticani, nella Galleria delle Carte geografiche voluta da papa Gregorio XIII a fine ’500, vergato nella mappa del ducato di Milano, poco sopra la confluenza del fiume Lambro nel Po. I pellegrini che oggi percorrono la Via Francigena sono ospitati all’interno della Grangia Benedettina, complesso religioso risalente a prima dell’anno 1000 che ha resistito al passare dei secoli, dalla cui torre si gode di una stupenda vista sull’argine del Lambro. Il termine “grangia”, che in origine indicava un granaio, prese poi a essere utilizzato per le aziende produttive monastiche. Oggi la struttura è un ostello. Poco distante, un cancello in ferro battuto fa da ingresso alla chiesa di S. Giovanni Battista, di fine ’500, che custodisce pregevoli raffigurazioni del santo. Al limite dell’abitato, Villa Litta è una residenza signorile, visitabile, risalente alla metà del ’600.
Codogno

Codogno

È il melo cotogno a dare il nome a Codogno, città la cui prima testimonianza scritta risale all’anno 1000 circa, in un documento dell’imperatore Ottone III. La pianta di melo campeggia tutt’oggi al centro dello stemma cittadino, ma perché c’è una lupa legata al suo tronco, con un guinzaglio dorato? Facciamo un salto in avanti, agli sgoccioli del ’400, quando i codognesi ottennero di diventare cittadini di Piacenza. Essere cittadini significava evitare i dazi e già allora a Codogno sapevano fare affari, oltre a coltivare la terra e produrre ottimo formaggio: da qui le forme di grana, lungo il Po, giungevano fino alla lontana Venezia. Fu proprio per omaggiare Piacenza che i codognesi decisero di “copiarne” l’animale simbolo, la lupa capitolina. Nella centrale piazza XX Settembre, nei pressi del Parco delle Rimembranze, la parrocchiale di S. Biagio e della Beata Vergine Immacolata, costruita all’inizio del ’500 con facciata in cotto, custodisce al suo interno preziosi dipinti tra cui l’Assunta, santi e i principi Trivulzio, di Callisto Piazza, e la Madonna col Bambino e i SS. Francesco e Carlo Borromeo di Daniele Crespi. A proposito di fede, a Codogno è vivissimo il ricordo di santa Francesca Cabrini (1850-1917), nata nella vicina Sant’Angelo Lodigiano, che qui fondò la congregazione delle Missionarie del Sacro Cuore di Gesù. La casa al n. 3 di via Francesca Cabrini, dove visse la santa, ospita il Museo Cabriniano che conserva le celle, visitabili, dov’erano sistemate le suore. Accanto sorge la chiesa di S. Maria delle Grazie, cui si accede attraverso un quadriportico con le cappelle della Via Crucis. Completa la visita di Codogno la Raccolta d’arte “Carlo Lamberti”, con opere di Tranquillo Cremona e dei codognesi Giorgio Belloni e Giuseppe Novello, pittori attivi tra ’800 e ’900.
Racalmuto

Racalmuto

Nata su impulso arabo, come il resto dell’isola nel corso del Medioevo, Racalmuto fu governata da normanni, svevi e aragonesi. Al pari di altri comuni dell’Agrigentino divenne quindi feudo dei Chiaramonte, seppur brevemente, perché già a inizio ’300 il paese fu concesso per via ereditaria ai Del Carretto, passando poi di mano in mano tra le grandi famiglie aristocratiche succedutesi sul territorio. All’epoca baronale è legato il castello chiaramontano, caratteristica architettura isolana due-trecentesca dalle forme compatte e squadrate, con una spessa cinta muraria rinforzata da massicce torri cilindriche angolari; recuperato grazie a lavori di restauro dopo decenni di incuria, è ora punto di riferimento per le iniziative culturali cittadine. Tra le architetture notevoli del centro, raccolte tutte a pochi passi dal castello, spiccano il teatro Regina Margherita, inaugurato nel 1880, il duomo di S. Maria dell’Annunziata, principale luogo di culto cittadino, e il santuario Maria Santissima del Monte, dagli splendidi interni. Risale al XIII secolo la foggia del cosiddetto Castelluccio svevo, che da uno sperone di roccia pochi chilometri a nord est dell’abitato domina l’ininterrotto paesaggio di brulli rilievi; dal belvedere si abbraccia il territorio interessato tra ’800 e ’900 dall’intensa attività mineraria che fece di Racalmuto un importante centro specializzato nell’estrazione dello zolfo e del salgemma, come illustrato da Leonardo Sciascia, figlio illustre di Racalmuto, ne “Le parrocchie di Regalpetra”.
Campobello di Licata

Campobello di Licata

Il comune di Campobello di Licata si colloca all’estremità orientale dell’Agrigentino: i meandri del fiume Imera, che segnano il confine con la provincia di Caltanissetta, distano non più di una decina di chilometri. Disteso tra i campi di un fertile altopiano, si sviluppa compatto e ordinato; la disposizione regolare del tessuto urbano si deve alla nascita recente, avvenuta nel 1681 su iniziativa del barone Raimondo Sammartino Ramondetta, feudatario locale. A partire dagli Anni ’80 del secolo scorso, la città è diventata un polo artistico avvalendosi della collaborazione di Silvio Benedetto, pittore e scultore di fama internazionale che con il contributo delle artiste Olga Macaluso e Silvia Lotti ha arricchito il paesaggio urbano con le proprie opere. Esattamente al centro dell’abitato, al crocevia delle arterie principali, si apre piazza XX Settembre, impreziosita da Benedetto con un’elegante pavimentazione in marmo e granito che disegna sinuose fantasie baroccheggianti, racchiuse tra un doppio filare di alberi di ficus; due statue in bronzo, il “Seminatore” e la “Donna con quartara”, evocano l’acqua e la terra e rappresentano le figure della tradizione popolare e le origini rurali di Campobello, richiamate anche sulla facciata del prospiciente Palazzo municipale, dove sei murales raffigurano episodi del mondo rurale. Il lato meridionale è invece occupato dalla seicentesca chiesa di S. Giovanni Battista, duomo cittadino dalla graziosa facciata rosa pallido, tra i primi edifici fatti edificare dal barone fondatore. Poco più a sud, in piazza Aldo Moro, è collocata la fontana delle Fanciulle, dinamica composizione di marmi lavorati, pietre grezze e figure in bronzo. L’artista è anche ideatore della Valle delle pietre dipinte, parco urbano punteggiato da decine di blocchi di travertino illustrati con scene tratte dalla “Divina Commedia”.
Naro

Naro

Le origini di Naro si perdono nel mito: nel corso dei secoli, presunti ritrovamenti di resti umani dalle dimensioni ciclopiche hanno avvalorato la tesi di una fondazione per mano dei giganti che stando agli antichi avrebbero popolato per primi la Sicilia. Leggende a parte, gli scavi archeologici effettuati nel territorio narese confermano una presenza umana plurimillenaria, risalente perlomeno al Neolitico. Sopravvissuto agli scossoni della storia e passato attraverso le successive dominazioni greca, romana, saracena, normanna e sveva, l’insediamento si è in seguito sviluppato come un tipico borgo medievale isolano, con un tessuto urbano densamente edificato, allungato sulla cresta di una modesta altura e nettamente distinto rispetto al paesaggio rurale circostante. Le attestazioni di maggior valore storico-artistico si suddividono tra architetture due-trecentesche ed edifici secenteschi, testimonianze dei due periodi di maggior splendore culturale cittadino. Alla prima categoria appartiene senz’altro la possente Porta d’oro, vestigia più rilevante dell’antica cinta muraria e ultimo rimasto dei varchi da cui un tempo si poteva accedere all’abitato. Da qui si raggiunge via Piave, dove affacciano la suggestiva chiesa di S. Caterina d’Alessandria, gotico-normanna, e il complesso quattrocentesco di palazzo Malfitano, dal 2017 sede del Museo civico. In posizione dominante sorgono invece l’antico duomo normanno, purtroppo semidistrutto da una frana nel 2005, e l’imponente castello dei Chiaramonte. Edificate o rinnovate a partire da precedenti costruzioni tra XVII e XVIII secolo, le architetture barocche si dispongono in successione lungo la direttrice segnata da via Umberto I e via Dante, impreziosendo il centro storico grazie agli enfatici prospetti, tra cui spiccano quelli della chiesa del Ss. Salvatore, della chiesa madre (di Maria Santissima Annunziata) e della chiesa di S. Agostino. In piazza Garibaldi c’è invece S. Francesco, duecentesca ma rifatta in epoca barocca: nella fantasiosa facciata sorprende il portale affiancato da coppie di cariatidi. Ai margini meridionali di Naro è il santuario di S. Calogero, dove si dice abbia soggiornato il santo patrono di Naro.
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