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Un viaggio in primavera è la scelta migliore per godersi il clima favorevole e vedere i bellissimi borghi italiani rifiorire

In Primavera si assiste ad una vera e propria esplosione della natura capace di cambiare luoghi e paesaggi. Uno dei piaceri più semplici è quello di esplorare l'ambiente e di cogliere i panorami e i suoni circostanti. Quando sceglierai dove andare in primavera in Italia preparati a lasciarti stupire da colori, profumi e scenari incredibili e vivere appieno la stagione della rinascita per eccellenza.
PRIMAVERA - Tra milioni di esperienze 2032 risultati di ricerca
Guastalla

Guastalla

Passeggiando per Guastalla è facile sentirsi a proprio agio, cullati da una piacevole sensazione d’armonia. Non è solo l’atmosfera tranquilla tipica delle città padane di provincia, proverbialmente a misura d’uomo. È una sensazione particolare che nasce anche dall’omogeneità dell’abitato, ordinato e regolare eppure non monotono. Il merito è della famiglia Gonzaga che nel 1539, al tempo di Ferrante I, acquistò dai conti Torello questa cittadina situata in posizione strategica sul Po e presto decise di ingrandirla. L’incarico fu affidato a Domenico Giunti, un architetto di cultura rinascimentale, che ideò una maglia di strade ortogonali contenuta in una cinta muraria pentagonale, così da proteggere Guastalla sia dalle inondazioni del Grande Fiume sia dagli attacchi esterni. Quell’impronta urbanistica non è mai cambiata, anche se alla fine del ’600 la cinta fu modificata e arricchita di bastioni e muraglie. Sulla centrale piazza Mazzini, presidiata da un ritratto di Ferrante I scolpito da Leone Leoni nel 1564, i Gonzaga fecero costruire (o modificare radicalmente) gli edifici simbolo della città, tutti affidati a Francesco Capriani detto il Volterra: il Palazzo ducale, il Palazzo comunale e il Duomo o più precisamente la concattedrale di S. Pietro Apostolo, consacrato nel 1575 da san Carlo Borromeo in persona, fiancheggiato da due campanili seicenteschi. L’attuale via Gonzaga, asse del centro, era la cinquecentesca Strada Nova. Nella rete urbanistica fa parzialmente eccezione via Garibaldi che, pur essendo fiancheggiata da abitazioni porticate dell’epoca dei Gonzaga, ha un andamento curvilineo: era infatti l’antico argine maestro del Po. La via si conclude in piazza Garibaldi, dove si staglia l’ottagono, anch’esso cinquecentesco, della chiesa della Beata Vergine della Concezione. Insieme al Palazzo ducale, oggi polo museale, sono almeno due i templi cittadini della cultura: proprio su via Garibaldi c’è la Biblioteca Maldotti, nata agli inizi dell’800, che custodisce incunaboli e antiche edizioni; poco distante, in via Verdi sorge il seicentesco Teatro Ruggeri, riedificato nel 1814 in linee neoclassiche. Ai margini dell’abitato si incontrano diverse pievi di antica origine: a nord-est, l’oratorio di S. Giorgio è una bella architettura romanica del XII secolo; a sud-est, in località Pieve, una chiesa risalente al IX secolo conserva nonostante i rimaneggiamenti una vasca battesimale dei secoli IX-X. La bellezza di piazza Mazzini e del centro cittadino, i poetici scorci sul fiume e le aperture panoramiche su ponti, canali e campagne non hanno lasciato indifferente nemmeno il mondo del cinema. A Guastalla hanno girato scene importanti, tra gli altri, Bernardo Bertolucci ai tempi delle riprese di “Novecento” (1976); Carlo Lizzani per “La vita agra” (1964) con un memorabile Ugo Tognazzi; Antonio Pietrangeli in “La visita” (1963), interpretato da una formosissima Sandra Milo, e “Volevo nascondermi” (2020) di Giorgio Diritti, biopic dedicato al pittore Antonio Ligabue, che visse nella vicina Gualtieri.
Spiritualità
Basilica di San Marco

Basilica di San Marco

Poche chiese al mondo possono rivaleggiare con la basilica di S. Marco di Venezia per fama e fascino, sfarzo e valore culturale, tradizione e rilevanza religiosa. L’affaccio sulla splendida piazza S. Marco le regala una cornice unica, completata dall’apertura sulla Laguna e dalla linea verticale del campanile, davvero inconfondibile: alto quasi 100 metri, è stato punto di riferimento per generazioni e generazioni di marinai e oggi è il belvedere veneziano per eccellenza. Le cupole della basilica, di gusto orientale, e gli splendidi mosaici bizantini che la rivestono ne raccontano il ruolo di punto d’incontro tra la cultura d’Occidente e quella d’Oriente. I capolavori e gli oggetti preziosi custoditi al suo interno, nel Tesoro di S. Marco, sono testimonianza delle immense ricchezze della Serenissima Repubblica e del gusto raffinato dei suoi dogi, che qui venivano consacrati. Prima di diventare ufficialmente la cattedrale della città, la basilica di S. Marco ne era infatti la “cappella dogale”, come testimonia la vicinanza del palazzo Ducale. Venne fondata attorno all’anno 829 per accogliere il corpo di san Marco, uno dei quattro Evangelisti, santo tra i più venerati e illustri di tutta la Cristianità. A partire dall’XI secolo la basilica assunse il caratteristico impianto a croce greca, sul modello bizantino della perduta basilica dei Santi Apostoli di Costantinopoli, con cupola centrale e 4 cupole minori in corrispondenza dei bracci, mentre l’interno venne gradualmente coprendosi di preziosi mosaici. All’interno diventa quasi impossibile elencare le opere d’arte e gli elementi architettonici romanici, gotici, rinascimentali… Basti sapere che i mosaici più antichi, quelli delle cupole e cupolette, risalgono al XII-XIII secolo. L’altro “must” è la Pala d’Oro (X-XIV secolo), capolavoro di oreficeria bizantina e veneziana che sfolgora dietro l’altare maggiore, tra splendide colonne di alabastro istoriate, dove si custodisce l’urna con le spoglie di san Marco. Abbandonatevi alla contemplazione e al fascino luminoso dell’insieme, mentre il pavimento, con i suoi accostamenti fantasiosi di tasselli marmorei, si trasforma quasi in un tappeto volante, ondulato per via del tempo, del passaggio continuo dei fedeli e poi dei turisti, e del ciclico fenomeno dell’acqua alta. La spettacolarità della basilica e della sua piazza non possono evitare di attirare l’attenzione di occhi artistici e, di fatto, molti registi hanno scelto queste ambientazioni per i loro film: bastano anche pochi scorci. Ad esempio, Florian Henckel von Donnersmarck nel film “The Tourist” le sfrutta in molteplici modi: vedute aree che abbracciano anche il bacino lagunare di S. Marco, e vedute dal basso, come quella che riprende Johnny Depp che avanza con il palazzo Ducale sulla sinistra e l’isola di S. Giorgio Maggiore sullo sfondo.
Fiesole

Fiesole

Così vicina a Firenze che già dalla città, sullo sfondo di molte vie del centro, si vede il “colle lunato” di Fiesole con al centro l’agilità del campanile del Duomo e la massa del convento di S. Francesco. Salendo per i tornanti panoramici scompare quasi la vista della meta a favore dei suoi contorni punteggiati di ville, giardini e case coloniche, filari di vigne, olivi e cipressi. Il borgo sembra disegnato, dominante sulle valli dell’Arno e del Mugnone. Cinto di mura dagli etruschi, fu in seguito occupato dai romani e assunse i classici connotati della città romana. Nel ‘400 fu meta prediletta dai Medici. La stramba piazza trapezoidale di Mino da Fiesole è l’elegante benvenuto che offre il borgo. Circondata da ristorantini, la piazza ospita palazzo Pretorio con il monumento che celebra l’incontro tra Vittorio Emanuele II e Garibaldi e, in posizione sopraelevata, la chiesa di S. Maria Primerana del X secolo. Gli appassionati di rovine avranno di che gioire non appena si affacceranno sull’enorme area archeologica che si estende a nord est del centro storico e che custodisce le antiche vestigia della Faesule. Con il teatro romano, fatto di 10 file di gradoni, scavato nella collina come facevano i greci. Sedetevi a godere della splendida vista della valle. Spostatevi poi verso le Terme, del I secolo a.C., che conducono fino all’area sacra, con i resti del tempio a pianta quadrata costruito dagli etruschi in onore di Minerva. In un edificio neoclassico ha sede il Museo archeologico. Per il miglior panorama di Firenze, bisogna salire quassù il mattino presto o all’ora del tramonto.
Sinagoga

Sinagoga

Inaugurata nel 1912 è il più recente tra i luoghi dedicati al culto ebraico a Trieste. Per concezione e struttura si distacca decisamente dalle quattro sinagoghe precedenti, o Scole. Pur godendo del clima di relativa tolleranza assicurato dai sovrani asburgici, alla comunità era infatti prescritto di praticare la propria fede in modo riservato e le Scole erano dunque irriconoscibili dall’aspetto esterno rispetto a un normale edificio. Al contrario le forme monumentali della nuova sinagoga evidenziano l’emancipazione civica e politica della comunità israelitica. Il disegno si deve agli architetti Ruggero e Arduino Berlam, padre e figlio, che progettano un tempio dall’originale impronta storicista. Il corpo centrale cubico rivestito in cemento crea prospetti sempre diversi a seconda del punto di vista: sulla facciata sud-ovest si innalza un possente torrione, il lato opposto è movimentato da una semicupola e da cupolette laterali, con bifore sfalsate. Il fronte rivolto su via S. Francesco è dotato di porticato e di un rosone con stella di David. L’insieme è coronato da una grande cupola visibile solo allontanandosi dal complesso. Simboli ebraici sono accostati a richiami orientaleggianti e motivi vegetali stilizzati, anche all’interno. La sala da preghiera principale è un’aula a pianta rettangolare a navate che culmina nell’abside dove è collocata l’Aròn haQodesh, l’armadio che custodisce i rotoli della Torah.
Il ghetto ebraico

Il ghetto ebraico

Nel 1693 l’imperatore Leopoldo I deliberò di raccogliere l’intera popolazione ebraica di Trieste in una zona periferica. I pragmatici triestini però si opposero, temendo che questo isolamento avrebbe potuto nuocere agli affari. Venne quindi scelta un’area prossima al centro, ai piedi del colle di San Giusto. A oggi risulta quasi impossibile farsi un’idea di come apparisse il ghetto ebraico prima dell’opera di risanamento attuata nel corso degli anni ‘30. Se lo sventramento della città vecchia ebbe il merito di riportare alla luce il Teatro romano, in precedenza completamente sepolto, al contempo causò la scomparsa di una parte sostanziale dell’antico abitato. Quanto rimane del quartiere israelitico è racchiuso alle spalle di piazza dell’Unità d’Italia e piazza della Borsa, dove si trovava una delle tre vie d’accesso al ghetto, la Portizza, vigilata da guardie cristiane e chiusa durante la notte. Oltrepassarla è come viaggiare nel tempo: dall’arioso spazio della piazza si attraversa un’angusta galleria per sbucare in un dedalo di vicoli. Le persecuzioni novecentesche hanno inevitabilmente intaccato la prosperità della comunità ebraica, il cui contributo allo sviluppo economico e culturale cittadino è stato troppo importante per scomparire del tutto. Del resto, già nel 1784 Giuseppe II abolì le discriminazioni religiose mettendo fine alla segregazione. Anche se parte della popolazione rimase a vivere nel ghetto, imprenditori e intellettuali abitavano invece in spaziose dimore sparse per la città; la stessa grande sinagoga venne edificata in un ricco quartiere residenziale. In via del Monte, dal 1993 il Museo della Comunità ebraica di Trieste “Carlo e Vera Wagner” offre una panoramica sulle vicende degli ebrei triestini. Nelle vicinanze si trovava anche il cimitero israelitico, smantellato nel 1909, quando le salme vennero trasferite nell’attuale luogo di sepoltura attiguo al cimitero cattolico di S. Anna.
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