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Un viaggio in primavera è la scelta migliore per godersi il clima favorevole e vedere i bellissimi borghi italiani rifiorire

In Primavera si assiste ad una vera e propria esplosione della natura capace di cambiare luoghi e paesaggi. Uno dei piaceri più semplici è quello di esplorare l'ambiente e di cogliere i panorami e i suoni circostanti. Quando sceglierai dove andare in primavera in Italia preparati a lasciarti stupire da colori, profumi e scenari incredibili e vivere appieno la stagione della rinascita per eccellenza.
PRIMAVERA - Tra milioni di esperienze 2032 risultati di ricerca

Parco Pallavicino

Villa Pallavicino fu costruita a metà ’800 come residenza privata di Ruggiero Bonghi, letterato e futuro ministro della Pubblica istruzione. Nel 1862 venne acquistata dalla famiglia Pallavicino, che diede alla villa l’attuale foggia neoclassica e ampliò la tenuta. L’attrazione principale è il grande parco che si estende su circa una ventina di ettari sul declivio che cinge a est il centro di Stresa. Negli Anni ’50 venne trasformato in giardino zoologico destinato al recupero della fauna selvatica. Aperto da marzo a novembre, attualmente accoglie oltre 50 specie animali diverse, sia domestiche sia selvatiche, molte delle quali libere di muoversi e avvicinabili dai visitatori nell’area della Fattoria. Tra gli esemplari anche inaspettate varietà esotiche come lama, alpaca, caprette tibetane, zebre e canguri. Il margine occidentale del parco ospita un elegante giardino alla francese ornato da parterre di aiuole, fontane, arcate di gelsomini e glicini. Ogni primavera si alternano fioriture di tulipani, viole, rose e begonie, arricchendo il paesaggio di sempre nuove tonalità e fragranze. Il resto della tenuta è un tripudio di varietà arboree: castagni, ginkgo biloba, faggi rossi, aceri, larici, sequoie, magnolie e un maestoso cedro del Libano, situato nell’anfiteatro naturale di fronte alla villa. Dal 2021 sia l’edificio (non visitabile) sia il parco sono proprietà della famiglia Borromeo, impegnata in interventi di recupero e valorizzazione degli ambienti dedicati agli animali e dei viali alberati.

Santuario del SS. Crocifisso

In posizione elevata alle spalle dell’abitato di Stresa, il santuario del SS. Crocifisso è legato a doppio filo alla figura del teologo Antonio Rosmini, tra i più influenti intellettuali italiani ottocenteschi, che nei suoi ultimi anni soggiornò stabilmente nella località sul Lago Maggiore. Fu proprio Rosmini a commissionare la costruzione a metà ’800. L’edificio si raggiunge lungo un’erta costeggiando il verdeggiante parco Pallavicino; è inserito nel vasto complesso del Collegio Rosmini, istituito nel 1835 come sede per il noviziato sviluppatosi in seguito nell’attuale centro di accoglienza a carattere religioso e culturale. La facciata è un pregevole mosaico di richiami alla classicità, riletta secondo la sensibilità storicista ottocentesca: il pronao è ornato da pilastri e colonne corinzie e sovrastato da un prezioso fregio a ghirlande; al di sopra si sviluppa un’ulteriore fascia in cui si aprono 5 nicchie con semicupola a conchiglia. Sulla sommità un frontone triangolare richiama le forme di un tempio greco. Dal piccolo sagrato si apre uno scorcio panoramico sul golfo Borromeo e le montagne circostanti; all’interno, oltre alle sepolture di Rosmini e del poeta Clemente Rebora, si trova anche il solenne monumento funebre al teologo, opera dello scultore ticinese Vincenzo Vela. Scolpito in marmo bianco a grandezza naturale, rappresentante Rosmini inginocchiato in preghiera mentre riflette sulle Sacre Scritture che regge nella mano destra.
Area archeologica del Duomo

Area archeologica del Duomo

Il fascino della piazza del Duomo di Milano non si esaurisce in superficie: c’è un passato che continua a vivere in un sottosuolo particolarmente ricco di resti antichi. Per fare un vero viaggio nel tempo basta entrare in Duomo dall’ingresso principale e portarsi sulla destra, dove si può accedere all’Area archeologica del Duomo. Al di sotto del sagrato, gli scavi hanno riportato alla luce resti di luoghi di culto di epoca imperiale romana, paleocristiana e altomedievale che furono abbattuti per fare spazio alla grande cattedrale gotica. Nell’area dell’attuale piazza, infatti, un tempo sorgeva un vasto complesso episcopale comprendente due chiese antichissime: la basilica di S. Maria Maggiore o Basilica Minor, nata in età tardo-imperiale ma rifatta nel IX secolo, usata come basilica invernale; e la basilica estiva di Santa Tecla o Basilica Maior, risalente al IV-V secolo. Uno degli ambienti archeologici di maggior interesse è proprio la cripta di Santa Tecla. Qui si possono ancora ammirare alcune porzioni delle strutture originarie, datate tra la fine del IV e il XII secolo. Accanto alla cripta si trova il battistero di S. Giovanni alle Fonti, costruito nell’anno 378: nel 387, nel periodo in cui Milano era capitale dell’Impero romano d’Occidente, il vescovo milanese sant’Ambrogio vi battezzò sant’Agostino. Gran parte della pavimentazione con motivi geometrici bianchi e neri, aggiunta nel VI secolo, è visibile ancora oggi, così come la vasca battesimale, di forma ottagonale. Meno noti sono i resti dell’altro battistero, quello di S. Stefano alle Fonti (V secolo), ai quali si accede da un ingresso differente, situato sotto l’ascensore nord del Duomo.
Chiesa di S. Sepolcro

Piazza San Sepolcro

Piccola per dimensioni ma ricchissima di storia e fascino, piazza S. Sepolcro è uno dei luoghi storicamente più importanti di Milano, un punto d’incontro tra passato e presente. Non a caso Leonardo da Vinci la definì il “vero centro di Milano”. La piazza si apre infatti là dove pulsava il cuore della Mediolanum romana, all’incrocio tra il cardo e il decumano massimi. La domina la chiesa di S. Sepolcro, fondata nel 1030 e dedicata al santo Sepolcro subito dopo la riconquista cristiana di Gerusalemme. Nel tempo ha subito diversi interventi di rimaneggiamento che ne hanno mutato significativamente l’aspetto; la facciata in stile romanico è, in realtà, un rifacimento ottocentesco. Al di sotto della chiesa si trova una vasta cripta che conserva la pavimentazione del foro romano, centro della vita pubblica e commerciale della città antica, risalente al IV secolo. Sotto le sue volte decorate, recuperate con un lungo restauro terminato nel 2019, il cardinale Carlo Borromeo era solito ritirarsi in meditazione personale: si inginocchiava davanti a una replica del S. Sepolcro di Gerusalemme. Davanti a quella copia del sepolcro, dopo la canonizzazione di san Carlo fu collocata una statua in terracotta che ne ricorda le notti di preghiera. Ormai da tempo la chiesa e la sua cripta sono annesse al patrimonio della Veneranda Biblioteca Ambrosiana, che con la sua splendida sede occupa un’altra porzione dell’antico foro cittadino. A completare il quadro storico di piazza S. Sepolcro troviamo Palazzo Castani, elegante edificio esistente già dal XV secolo (la facciata è settecentesca, tranne il portale, quattrocentesco), noto perché nel 1919 in una delle sue sale Mussolini fondò i Fasci italiani di combattimento. L’adiacente Torre Littoria, simbolo del potere fascista, con il suo stile razionalista crea un forte contrasto architettonico con le strutture circostanti.

Museo Chiaramonti

Si chiama Museo Chiaramonti dal cognome di Pio VII, il papa che lo istituì nel 1806, ma forse potremmo chiamarlo “Museo Antonio Canova”. A concepirlo e a disegnarne l’allestimento fu infatti il grande scultore in persona, adattando allo scopo la cosiddetta galleria bramantesca: è il lungo corridoio che delimita a est il cortile della Pigna, collegando il complesso dei Palazzi Vaticani al palazzetto del Belvedere. Canova ne fece perfino affrescare le lunette in stile neoclassico, coinvolgendo nell’impresa un maestro del calibro di Francesco Hayez. A quel tempo, Canova era una sorta di ministro dei beni culturali al servizio del papa, ufficialmente la sua carica era quella di ispettore generale delle Belle arti. Le sue collezioni contano un migliaio di reperti soprattutto romani, in cui spiccano una ricchissima collezione di ritratti e importanti testimonianze di scultura funeraria. Pochi anni dopo l’inaugurazione del Museo Chiaramonti, quando Napoleone fu sconfitto, Canova si occupò di recuperare le opere d’arte antica che erano state razziate dall’imperatore: per ricollocarle degnamente in Vaticano, il museo fu dotato di un nuovo edificio in stile neoclassico, il Braccio nuovo, che chiude a sud il cortile della Pigna. Proprio nel Braccio nuovo si trovano alcune delle opere più importanti, tra cui una versione del Doriforo dal bronzo di Policleto, l’Athena Giustiniani in marmo di Paro e una grande personificazione del Nilo. Sul corpo si arrampicano putti che scherzano fra loro, mentre sul retro e ai lati della base sono scolpite scene comiche di vita nilotica: pigmei che combattono contro coccodrilli e ippopotami, ibis che combattono contro i coccodrilli… Il Museo Chiaramonti prosegue anche nella galleria Lapidaria, che occupa il tratto finale della galleria bramantesca, verso il palazzetto del Belvedere.
Basilica di Sant'Eustorgio

Basilica di Sant'Eustorgio

Si può arrivare alla basilica di S. Eustorgio da piazza XXIV Maggio, risalendo corso di Porta Ticinese, oppure scendendo dalla basilica di S. Lorenzo, magari attraverso il parco papa Giovanni Paolo II (che per i milanesi rimane il “parco delle Basiliche”). Da qualunque prospettiva la si incontri, S. Eustorgio regala un bel colpo d’occhio e invita a scoprire il passato romano e cristiano di Milano. Anche se l’aspetto della facciata è il risultato di un restauro ottocentesco, S. Eustorgio conserva un’identità da basilica paleocristiana: fu eretta nel IV secolo per custodire le preziose reliquie dei re Magi che, secondo la tradizione, il vescovo di Milano sant’Eustorgio avrebbe ricevuto da Costante I: perciò era chiamata basilica Trium Magorum. Quelle reliquie erano custodite nel monumentale sarcofago romano in pietra della cappella dei Magi, nel transetto destro della basilica. Furono rubate da Federico Barbarossa nel XII secolo e in seguito ne tornò qui solo una piccola parte. Spicca la cappella Brivio, realizzata alla fine del ’400 e restaurata nell’800, con un trittico di Ambrogio da Fossano detto il Bergognone raffigurante la Madonna col Bambino, S. Giacomo e S. Enrico. Notevole anche l’ancona della Passione in marmo al centro del presbiterio, realizzata per volere di Gian Galeazzo Visconti sul finire del ’300. Del complesso della basilica fa parte anche la meravigliosa cappella Portinari affrescata da Vincenzo Foppa, tra i massimi esempi di Rinascimento lombardo; al suo interno è custodita l’arca di San Pietro Martire (1339) di Giovanni di Balduccio. Sotto la navata centrale, una necropoli paleocristiana ha rivelato una serie di tombe e sepolture pagane e cristiane, confermando la centralità del luogo nel contesto della Milano antica. Il campanile, eretto tra la fine del’200 e l’inizio del ’300, è il più alto della città. Sulla cuspide brilla una stella: è il simbolo dei Magi. Nei chiostri della basilica ha sede il Museo diocesano Carlo Maria Martini.

Cortile della Pigna

Un luogo magico! Non c’è altro modo per definire il cortile della Pigna, spazio verde che si apre nel cuore dei Palazzi Vaticani: un luogo perfetto per riposarsi durante la visita ai Musei, dove ammirare imponenti testimonianze romane e architetture rinascimentali in dialogo con l’arte contemporanea. E dire che fino all’800, il cortile della Pigna non esisteva… O meglio, era soltanto la parte settentrionale del cortile del Belvedere: un unico, gigantesco spazio progettato da Donato Bramante all’inizio del ’500, ridimensionato una prima volta alla fine del secolo, quando vi fu costruita la Biblioteca di Sisto V. La situazione cambiò nel 1816-22, quando all’interno del cortile del Belvedere fu eretto il Braccio Nuovo: è l’edificio trasversale che tuttora chiude a sud il cortile della Pigna, occupato da una parte delle collezioni del Museo Chiaramonti. Costruire il Braccio Nuovo fu una scelta discutibile. Tuttavia il nuovo edificio, definendo questo cortile e isolandolo dal resto del Belvedere, regalò al complesso dei Palazzi Vaticani uno spazio inedito, accogliente e a misura d’uomo. A nord, il cortile della Pigna è delimitato invece dall’antico palazzetto di Innocenzo VIII. Qui si apre un’enorme nicchia, detta “nicchione del Bramante”, dove è collocata una gigantesca pigna di bronzo d’epoca romana: per tutti è semplicemente il “Pignone”, storico simbolo del rione Pigna. Ai tempi dell’impero probabilmente decorava una fontana presso il tempio di Iside al Campo Marzio: sotto il suo basamento si trovano due leoni accovacciati in basalto che recano il nome del faraone Nectanebo. Tutto ciò la rende perfettamente in tema con il Museo Gregoriano Egizio che si visita alle sue spalle. Al centro del cortile, invece, cattura lo sguardo la grande scultura contemporanea Sfera con sfera di Arnaldo Pomodoro, che ruota lentamente con il vento.

Museo Pio-Clementino

Se i Musei Vaticani fossero un fiume, il Museo Pio Clementino ne sarebbe la sorgente. Da qui, infatti, nell’anno di grazia 1771 ebbe inizio l’incredibile avventura di questo complesso museale: accadde quando papa Clemente XIV decise di esporre al pubblico, in un museo moderno, le opere d’arte antica delle collezioni vaticane, così da promuoverne lo studio e la conoscenza. Tuttora il Museo Pio Clementino custodisce il nucleo iniziale delle raccolte vaticane, un gruppo di statue di eccezionale qualità acquisito dai papi nel Rinascimento; inoltre, comprende lo spazio dove quelle opere furono esposte già nel ’500, il cosiddetto cortile delle statue o cortile Ottagono, fra gli ambienti più suggestivi dell’intero percorso museale. Ma andiamo con ordine. Il nome del museo riprende quello dei due papi che lo plasmarono, il fondatore Clemente XIV, sensibile allo spirito illuminista che in quel periodo soffiava sull’Europa, e il successore Pio VI Braschi, che ne ampliò patrimonio e spazi, facendo allestire anche la galleria dei Candelabri. Le collezioni sono costituite soprattutto da opere di scultura greca e romana, e annoverano in particolare straordinarie copie ellenistiche o romane di capolavori di maestri greci quali Prassitele e Lisippo. Sono collocate, oltre che attorno al cortile Ottagono, in alcuni ambienti del palazzetto di Innocenzo VIII e in altri spazi che furono appositamente costruiti: il percorso odierno si articola in 12 sale. L’elenco dei capolavori esposti è da capogiro, basti citare il Laocoonte, l’Apollo del Belvedere, l’Hermes, e poi l’Apoxyomenos, il Torso del Belvedere, e potremmo continuare ancora a lungo. Tra le sale, la più sorprendente è forse la sala degli Animali, con mosaici e statue raffiguranti cani, tori, cavalli e molte altre specie animali: si ammirano, tra l’altro, una testa colossale di cammello, in origine usata come bocca di fontana, e una splendida statua di Meleagro con cane e testa del cinghiale ucciso. Impressionante è anche la sala della Biga, dominata da una monumentale biga marmorea assemblata da Francesco Antonio Franzoni (1788) usando pezzi antichi: la cassa, appartenuta a un carro votivo romano, fu usata anche come cattedra episcopale nella chiesa di S. Marco. La circondano statue e sarcofagi di soggetto atletico e circense: rappresentano specialità che vanno dal lancio del disco, alla lotta, alle corse dei carri nel circo.

Museo Gregoriano Egizio

L’idea di fondare il Museo Gregoriano Egizio in Vaticano fu di papa Gregorio XVI Cappellari. Correva l’anno 1839, ma fin dall’inizio del suo pontificato (1831) Gregorio aveva ordinato di acquistare tutte le opere egizie presenti a Roma, nelle grandi collezioni e sul mercato antiquario, stanziando anche fondi personali. A quel tempo, infatti, possedere mummie, sarcofagi e papiri era uno status symbol e l’intera Europa era in preda a una vera mania per la civiltà dei faraoni, così esotica e misteriosa. Anche la moda e le arti applicate riprendevano spesso suggestioni egizie. Ecco perché gli spazi del Museo Gregoriano Egizio furono modellati e affrescati in stile egizio: alcune delle 9 sale del museo, ricavate nell’ex appartamento di Pio IV al Belvedere e in una parte del palazzetto di Innocenzo VIII, hanno mantenuto testimonianze di quell’allestimento “d’atmosfera”, forse poco rigoroso ma davvero affascinante. Visitando il museo si scopre che la “moda egizia” aveva investito già l’antica Roma, dopo la conquista del regno di Cleopatra (30 a.C.) e ancor più nel II secolo d.C., al tempo dell’imperatore Adriano. Accanto a oggetti rinvenuti in Egitto durante gli scavi archeologici ottocenteschi, il Museo Gregoriano Egizio presenta infatti opere d’arte e suppellettili che furono importate nell’antica Roma da imperatori e aristocratici, ma anche opere in stile egizio prodotte sul suolo italiano per abbellire templi e ville. Veri capolavori sono le sculture provenienti dal Canopo della villa Adriana di Tivoli e quelle rinvenute nel ’700 negli Horti Sallustiani, come la statua colossale della regina Tuya, portate a Roma da Caligola. Altre opere documentano invece l’impatto avuto dai Romani sullo sviluppo successivo dell’arte egizia: è il caso di alcuni teli funerari dipinti, oggetti rarissimi, come quello della Dama dei Musei Vaticani (III secolo d.C.) trovato ad Antinopoli. Le ultime sale del museo documentano altre civiltà antiche del Medio Oriente.
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