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Esplora l’Italia nella stagione più calda e luminosa, pianificando le tue vacanze in una delle tante mete estive

Dove andare in estate in Italia? Divertimento e relax? Spiagge assolate o cucuzzoli silenziosi? L’estate in Italia è più che una stagione: è uno stile di vita. Goditi le città deserte alle 2 del pomeriggio e i tramonti in riva al mare. Ascolta il rumore dei vacanzieri seduti ai tavoli dei ristoranti e perditi in lunghissime passeggiate notturne. La bella stagione in Italia è foriera di gioia infinita, che amiate l’alta montagna o fare lunghi bagni in acque tra le più limpide al mondo. Sarà comunque indimenticabile.
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Orio Litta

Orio Litta

Il borgo di Orio Litta risale al IX secolo, venne fondato quando i monaci di Lodi Vecchio portarono a termine la faticosa bonifica del territorio circostante, fino ad allora paludoso e inospitale. Era un paese piccolo e di contadini, eppure conquistò una certa fama: l’arcivescovo di Canterbury Sigerico, che nel 990 raggiunse Roma per ricevere il pallio dalle mani di papa Giovanni XV, nel suo lungo e travagliato viaggio si fermò proprio in questo centro, e ancora oggi Orio Litta è una tappa della Via Francigena, la numero 15 in territorio italiano. Il nome Orio (“Litta” fu aggiunto dopo l’Unità d’Italia) compare perfino nei Palazzi Vaticani, nella Galleria delle Carte geografiche voluta da papa Gregorio XIII a fine ’500, vergato nella mappa del ducato di Milano, poco sopra la confluenza del fiume Lambro nel Po. I pellegrini che oggi percorrono la Via Francigena sono ospitati all’interno della Grangia Benedettina, complesso religioso risalente a prima dell’anno 1000 che ha resistito al passare dei secoli, dalla cui torre si gode di una stupenda vista sull’argine del Lambro. Il termine “grangia”, che in origine indicava un granaio, prese poi a essere utilizzato per le aziende produttive monastiche. Oggi la struttura è un ostello. Poco distante, un cancello in ferro battuto fa da ingresso alla chiesa di S. Giovanni Battista, di fine ’500, che custodisce pregevoli raffigurazioni del santo. Al limite dell’abitato, Villa Litta è una residenza signorile, visitabile, risalente alla metà del ’600.
Codogno

Codogno

È il melo cotogno a dare il nome a Codogno, città la cui prima testimonianza scritta risale all’anno 1000 circa, in un documento dell’imperatore Ottone III. La pianta di melo campeggia tutt’oggi al centro dello stemma cittadino, ma perché c’è una lupa legata al suo tronco, con un guinzaglio dorato? Facciamo un salto in avanti, agli sgoccioli del ’400, quando i codognesi ottennero di diventare cittadini di Piacenza. Essere cittadini significava evitare i dazi e già allora a Codogno sapevano fare affari, oltre a coltivare la terra e produrre ottimo formaggio: da qui le forme di grana, lungo il Po, giungevano fino alla lontana Venezia. Fu proprio per omaggiare Piacenza che i codognesi decisero di “copiarne” l’animale simbolo, la lupa capitolina. Nella centrale piazza XX Settembre, nei pressi del Parco delle Rimembranze, la parrocchiale di S. Biagio e della Beata Vergine Immacolata, costruita all’inizio del ’500 con facciata in cotto, custodisce al suo interno preziosi dipinti tra cui l’Assunta, santi e i principi Trivulzio, di Callisto Piazza, e la Madonna col Bambino e i SS. Francesco e Carlo Borromeo di Daniele Crespi. A proposito di fede, a Codogno è vivissimo il ricordo di santa Francesca Cabrini (1850-1917), nata nella vicina Sant’Angelo Lodigiano, che qui fondò la congregazione delle Missionarie del Sacro Cuore di Gesù. La casa al n. 3 di via Francesca Cabrini, dove visse la santa, ospita il Museo Cabriniano che conserva le celle, visitabili, dov’erano sistemate le suore. Accanto sorge la chiesa di S. Maria delle Grazie, cui si accede attraverso un quadriportico con le cappelle della Via Crucis. Completa la visita di Codogno la Raccolta d’arte “Carlo Lamberti”, con opere di Tranquillo Cremona e dei codognesi Giorgio Belloni e Giuseppe Novello, pittori attivi tra ’800 e ’900.
Racalmuto

Racalmuto

Nata su impulso arabo, come il resto dell’isola nel corso del Medioevo, Racalmuto fu governata da normanni, svevi e aragonesi. Al pari di altri comuni dell’Agrigentino divenne quindi feudo dei Chiaramonte, seppur brevemente, perché già a inizio ’300 il paese fu concesso per via ereditaria ai Del Carretto, passando poi di mano in mano tra le grandi famiglie aristocratiche succedutesi sul territorio. All’epoca baronale è legato il castello chiaramontano, caratteristica architettura isolana due-trecentesca dalle forme compatte e squadrate, con una spessa cinta muraria rinforzata da massicce torri cilindriche angolari; recuperato grazie a lavori di restauro dopo decenni di incuria, è ora punto di riferimento per le iniziative culturali cittadine. Tra le architetture notevoli del centro, raccolte tutte a pochi passi dal castello, spiccano il teatro Regina Margherita, inaugurato nel 1880, il duomo di S. Maria dell’Annunziata, principale luogo di culto cittadino, e il santuario Maria Santissima del Monte, dagli splendidi interni. Risale al XIII secolo la foggia del cosiddetto Castelluccio svevo, che da uno sperone di roccia pochi chilometri a nord est dell’abitato domina l’ininterrotto paesaggio di brulli rilievi; dal belvedere si abbraccia il territorio interessato tra ’800 e ’900 dall’intensa attività mineraria che fece di Racalmuto un importante centro specializzato nell’estrazione dello zolfo e del salgemma, come illustrato da Leonardo Sciascia, figlio illustre di Racalmuto, ne “Le parrocchie di Regalpetra”.
Campobello di Licata

Campobello di Licata

Il comune di Campobello di Licata si colloca all’estremità orientale dell’Agrigentino: i meandri del fiume Imera, che segnano il confine con la provincia di Caltanissetta, distano non più di una decina di chilometri. Disteso tra i campi di un fertile altopiano, si sviluppa compatto e ordinato; la disposizione regolare del tessuto urbano si deve alla nascita recente, avvenuta nel 1681 su iniziativa del barone Raimondo Sammartino Ramondetta, feudatario locale. A partire dagli Anni ’80 del secolo scorso, la città è diventata un polo artistico avvalendosi della collaborazione di Silvio Benedetto, pittore e scultore di fama internazionale che con il contributo delle artiste Olga Macaluso e Silvia Lotti ha arricchito il paesaggio urbano con le proprie opere. Esattamente al centro dell’abitato, al crocevia delle arterie principali, si apre piazza XX Settembre, impreziosita da Benedetto con un’elegante pavimentazione in marmo e granito che disegna sinuose fantasie baroccheggianti, racchiuse tra un doppio filare di alberi di ficus; due statue in bronzo, il “Seminatore” e la “Donna con quartara”, evocano l’acqua e la terra e rappresentano le figure della tradizione popolare e le origini rurali di Campobello, richiamate anche sulla facciata del prospiciente Palazzo municipale, dove sei murales raffigurano episodi del mondo rurale. Il lato meridionale è invece occupato dalla seicentesca chiesa di S. Giovanni Battista, duomo cittadino dalla graziosa facciata rosa pallido, tra i primi edifici fatti edificare dal barone fondatore. Poco più a sud, in piazza Aldo Moro, è collocata la fontana delle Fanciulle, dinamica composizione di marmi lavorati, pietre grezze e figure in bronzo. L’artista è anche ideatore della Valle delle pietre dipinte, parco urbano punteggiato da decine di blocchi di travertino illustrati con scene tratte dalla “Divina Commedia”.
Naro

Naro

Le origini di Naro si perdono nel mito: nel corso dei secoli, presunti ritrovamenti di resti umani dalle dimensioni ciclopiche hanno avvalorato la tesi di una fondazione per mano dei giganti che stando agli antichi avrebbero popolato per primi la Sicilia. Leggende a parte, gli scavi archeologici effettuati nel territorio narese confermano una presenza umana plurimillenaria, risalente perlomeno al Neolitico. Sopravvissuto agli scossoni della storia e passato attraverso le successive dominazioni greca, romana, saracena, normanna e sveva, l’insediamento si è in seguito sviluppato come un tipico borgo medievale isolano, con un tessuto urbano densamente edificato, allungato sulla cresta di una modesta altura e nettamente distinto rispetto al paesaggio rurale circostante. Le attestazioni di maggior valore storico-artistico si suddividono tra architetture due-trecentesche ed edifici secenteschi, testimonianze dei due periodi di maggior splendore culturale cittadino. Alla prima categoria appartiene senz’altro la possente Porta d’oro, vestigia più rilevante dell’antica cinta muraria e ultimo rimasto dei varchi da cui un tempo si poteva accedere all’abitato. Da qui si raggiunge via Piave, dove affacciano la suggestiva chiesa di S. Caterina d’Alessandria, gotico-normanna, e il complesso quattrocentesco di palazzo Malfitano, dal 2017 sede del Museo civico. In posizione dominante sorgono invece l’antico duomo normanno, purtroppo semidistrutto da una frana nel 2005, e l’imponente castello dei Chiaramonte. Edificate o rinnovate a partire da precedenti costruzioni tra XVII e XVIII secolo, le architetture barocche si dispongono in successione lungo la direttrice segnata da via Umberto I e via Dante, impreziosendo il centro storico grazie agli enfatici prospetti, tra cui spiccano quelli della chiesa del Ss. Salvatore, della chiesa madre (di Maria Santissima Annunziata) e della chiesa di S. Agostino. In piazza Garibaldi c’è invece S. Francesco, duecentesca ma rifatta in epoca barocca: nella fantasiosa facciata sorprende il portale affiancato da coppie di cariatidi. Ai margini meridionali di Naro è il santuario di S. Calogero, dove si dice abbia soggiornato il santo patrono di Naro.
Favara

Favara

Attestazioni archeologiche datano il popolamento del territorio di Favara a un periodo precedente la colonizzazione greco-punica, ma segni di un primo sviluppo coerente dell’attuale abitato si riscontrano solo diversi secoli dopo, in concomitanza con la dominazione islamica, a cui si deve anche il moderno toponimo, derivato dall’arabo al-fawwāra, (“la sorgente”, in riferimento all’abbondanza di risorse idriche dell’area). Un decisivo momento di sviluppo prende avvio a partire dalla seconda metà del XIII secolo con l’edificazione del castello dei Chiaramonte, massiccio quadrilatero in pietra attorno al quale si è sviluppato l’agglomerato urbano. Dopo decenni d’incuria, recenti restauri ne hanno permesso la riapertura e la riconversione a spazio culturale, sede di mostre d’arte e convegni. Attigua sorge la settecentesca chiesa del Ss. Rosario, monumento nazionale dalla semplice facciata a capanna che dissimula lo sfarzo dell’aula interna, completamente rivestita da elaborati stucchi barocchi sormontati da un altrettanto articolato soffitto ligneo a cassettoni. Chiesa e castello occupano l’angolo nord-est dell’alberata piazza Cavour, centro cittadino che mantiene l’allungata pianta rettangolare cinquecentesca, circoscritta tra i principali palazzi signorili favaresi. La chiesa madre, intitolata alla Madonna Assunta, sorge poco distante; completata nel 1898, è un monumentale esempio di edificio storicista ispirato alle architetture lombarde tardomedievali e coronata da una maestosa cupola adagiata su elegante tamburo ottagonale.
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