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Esplora l’Italia nella stagione più calda e luminosa, pianificando le tue vacanze in una delle tante mete estive

Dove andare in estate in Italia? Divertimento e relax? Spiagge assolate o cucuzzoli silenziosi? L’estate in Italia è più che una stagione: è uno stile di vita. Goditi le città deserte alle 2 del pomeriggio e i tramonti in riva al mare. Ascolta il rumore dei vacanzieri seduti ai tavoli dei ristoranti e perditi in lunghissime passeggiate notturne. La bella stagione in Italia è foriera di gioia infinita, che amiate l’alta montagna o fare lunghi bagni in acque tra le più limpide al mondo. Sarà comunque indimenticabile.
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Pratovecchio Stia

Alle pendici del monte Falterona, i due paesi limitrofi di Pratovecchio e Stia, dal 2014 uniti nel comune unico di Pratovecchio Stia, segnalano il limite settentrionale del Casentino. Entrambi i centri preservano un piccolo nucleo urbano storico inglobato nell’abitato moderno: a Pratovecchio il borgo antico si raccoglie a ridosso dell’Arno, nei pressi della cinque-seicentesca propositura del SS. Nome di Gesù, chiesa parrocchiale rimodellata nel XX secolo in forme neorinascimentali, a Stia si concentra attorno all’allungata piazza Tannucci, dove sorge la pieve di S. Maria Assunta, chiesa principale del paese dai solenni interni romanici, dove si ammirano le opere di due artisti molto attivi nel Casentino, Bicci di Lorenzo (trittico con l’Annunciazione e santi, 1414) e Andrea della Robbia (altorilievo in terracotta invetriata di Vergine col Bambino, 1490 circa). Non lontano, racchiuso da un idillico parco, si trova l’esuberante Palagio Fiorentino, edificio primonovecentesco costruito in stile medievaleggiante; ospita il Centro multimediale dantesco e le raccolte del Museo d’arte contemporanea, mostra permanente dedicata alle opere di artisti contemporanei toscani di nascita o adozione, tra cui Pietro Annigoni, Giò Pomodoro, Ottone Rosai, Marino Marini. Autentiche attestazioni d’epoca medievale costellano i colli circostanti: a ovest di Pratovecchio si visitano la pieve di S. Pietro, perla del romanico, e il castello di Romena, che ospitò Dante e D’Annunzio, a nord di Stia, proprio ai piedi del Falterona, il castello di Porciano e il santuario di S. Maria delle Grazie.
Stazione di Domodossola

Stazione di Domodossola

La stazione di Domodossola ha visto transitare dai propri binari vere e proprie pagine di storia europea dei trasporti. Quando venne pianificata nel XIX secolo, ancora non si sapeva che da qui, grazie all’apertura del tunnel ferroviario del Sempione, sarebbe passata una delle principali arterie di comunicazione tra l’Italia e la Mitteleuropa. Per progettare le stazioni della linea che da Arona risaliva la sponda occidentale del lago Maggiore e la val d’Ossola fino alla stazione di confine di Iselle di Trasquera, venne selezionato il nome di Luigi Boffi, un architetto che aveva già lavorato alla costruzione di eleganti ville sulle sponde del lago Maggiore. Sempre mantenendo gli elementi del liberty, Boffi disegnò edifici a 4, 6, 8 o 10 luci a seconda della rilevanza delle località servite. A Domodossola, stazione internazionale e biglietto da visita per i passeggeri provenienti da oltralpe, ne realizzò 23 per fare spazio anche agli uffici doganali e a quelli dello scalo ferroviario. Boffi si trasferì persino in città per seguire il suo cantiere. Oggi, che la si guardi da fuori o dai binari, l’impressione è comunque quella di entrare in un grande edificio in stile alpino. Come in centinaia di altre abitazioni ossolane, il tetto è ricoperto con le tipiche piode in pietra, mentre cornici, davanzali, ornamenti e decorazioni restituiscono l’aspetto di un grande chalet. Sotto al fascio binari, si nasconde infine il capolinea di un’altra ferrovia: la Domodossola-Locarno, anche detta la “Vigezzina” o “Ferrovia delle Centovalli” sul versante svizzero. Questa linea internazionale a scartamento ridotto è una vera ferrovia alpina, che serpeggia e si arrampica sui fianchi delle Alpi Lepontine per 52 chilometri, collegando la val d’Ossola all’estremità settentrionale del lago Maggiore. Le viste mozzafiato lungo il suo tracciato curvilineo sono garantite in ogni stagione dell’anno.
Stazione di Stresa

Stazione di Stresa

Quando l’architetto Luigi Boffi venne incaricato di disegnare le stazioni della linea ferroviaria che avrebbe collegato Arona al tunnel del Sempione, passando lungo la sponda occidentale del lago Maggiore e la val d’Ossola, scelse uno stile e un’impronta comune per tutti i fabbricati. Non poté realizzare la più grande a Stresa (troppo importante lo snodo di Domodossola) ma scelse di concedere alla cittadina lacustre una particolare cura alle decorazioni, per armonizzare al meglio l’edificio tra le abitazioni signorili che già abbellivano il paesaggio urbano. Del resto, nel corso della sua carriera, l’architetto costruirà diverse residenze di villeggiatura sulle sponde del lago, tra cui anche Villa la Teresita, proprio a Stresa. Tra i materiali scelse soprattutto la pietra locale come il granito di Baveno, arricchendo l’edificio con timpani, mensole e ornamenti in legno, in uno stile che richiamasse anche l’architettura della Mitteleuropa. La stazione custodisce anche un piccolo reperto di vera e propria archeologia ferroviaria, collegato al fabbricato viaggiatori da una tettoia in vetro e ferro battuto: è quel che rimane della stazione di testa della ferrovia a cremagliera Stresa-Mottarone: un’opera che vide la luce nel 1911 per dare un ulteriore slancio al turismo da Grand Hotel su cui Stresa puntava molto. Il “Trenino del Mottarone” si arrampicava su una linea ripida e ardita, con viste spettacolari dalle rive del lago fin su in cima, su pendii che in inverno si trasformavano in piste da sci innevate. Purtroppo, gli Anni ’60 sancirono il momento della pensione per la cremagliera e oggi anche la pensilina liberty che proteggeva dalle intemperie i passeggeri rimane solo impressa su antiche cartoline in bianco e nero.
Stazione di Trieste Centrale

Stazione di Trieste Centrale

C’era un tempo in cui la costruzione di una ferrovia era un evento di tale portata da meritarsi la presenza di un imperatore: è esattamente ciò che successe il 14 maggio 1850, a Trieste, quando l’Imperatore Francesco Giuseppe in persona pose la prima pietra della linea ferroviaria che avrebbe collegato il porto dell’Impero alla sua capitale, Vienna. Un passaggio che richiedeva un complicato percorso di attraversamento delle Alpi, impegnativo già dai primi metri, in cui i binari dovevano affrontare le alture carsiche che si erigono quasi verticali alle spalle di Trieste. Furono diverse le linee che nel corso del XIX e del XX secolo spuntarono sul territorio cittadino per valorizzare soprattutto i traffici mercantili e commerciali che andavano sviluppandosi grazie al porto. Proprio nei pressi del porto antico venne costruita quella che diventerà la principale stazione della città, Trieste Centrale. Oggi svetta con la sua facciata neo-rinascimentale sui giardini di piazza della Libertà, uguale a com’era quando venne inaugurata nel 1878, sempre da Francesco Giuseppe. Questa non era l’unica grande stazione della città: nel periodo asburgico, per raccordare i vari spazi portuali cittadini, venne edificata la cosiddetta “Linea delle Rive” che collegava la centrale con la seconda stazione della città, sempre affacciata sul mare: Trieste Campo Marzio, punto di partenza della linea diretta verso Erpelle e l’Istria: oggi, chiusa per un’opera di restauro che la renderà sede dell’omonimo museo ferroviario, ancora svetta elegante con la sua ruota alata scolpita sulla facciata principale, a memoria dei fasti di un passato che non c’è più.
Stazione di Venezia Santa Lucia

Stazione di Venezia Santa Lucia

“Giungere a Venezia col treno, dalla stazione, era come entrare in un palazzo per la porta di servizio”, scriveva l’autore tedesco Thomas Mann nel suo libro “Morte a Venezia”. Secondo Mann, infatti, nella “città inverosimile tra tutte” bisognava approdare in barca per godere appieno di tutta la sua magnificenza. In realtà, però, su un’isola come Venezia, l’arrivo della ferrovia costituì una rivoluzione per il sistema dei trasporti lagunare e per la vita stessa della città. E così, quella “porta di servizio” si era trasformata nel collegamento più agile e diretto con il resto del mondo. Ce ne vollero di anni, però, prima che Venezia Santa Lucia, l’odierna stazione di testa della Serenissima, vedesse la luce. A farne le spese furono, dopo il 1861, la chiesa e il convento di S. Lucia e altri palazzi circostanti che vennero abbattuti per lasciare spazio al primo edificio di stazione. È, invece, originario degli Anni ’20 del ‘900 il progetto della struttura attuale per cui venne inizialmente incaricato l’architetto Angelo Mazzoni. Per oltre 15 anni si protrassero proposte di progetto e varianti, fino a quando nel 1934 l’architetto Virgilio Vallot vinse un concorso indetto per la realizzazione dello scalo. Due anni dopo, la coppia di architetti Mazzoni e Vallot diedero il via alla costruzione, che terminò solo nel 1952, con uno stile razionalista. Oggi, di fronte al grande fregio FS che scruta i viaggiatori all’ingresso, navigano i vaporetti del Canal Grande, mentre appena di fianco si trova il moderno Ponte della Costituzione dell’architetto spagnolo Santiago Calatrava, che collega la stazione con piazzale Roma.
Complesso di Castelseprio-Torba

Complesso di Castelseprio-Torba

Il complesso archeologico di Castelseprio-Torba è immerso tra i boschi della valle dell’Olona, in una posizione strategica per i collegamenti tra il sistema fluviale e i valichi alpini: perciò quest’area fu considerata un avamposto da presidiare fin dalla tarda antichità, e tale rimase in epoca longobarda. Oggi fa parte del sito seriale UNESCO “I Longobardi in Italia. I luoghi del potere” ed è composto da tre luoghi monumentali distinti: il Castrum, un tempo cinto da poderose mura turrite, la chiesa di S. Maria Foris Portas e il monastero di Torba. Il Castrum, perfetto esempio di riutilizzo barbarico di architetture militari romane, si originò tra il IV e il V secolo d.C. e in epoca longobarda divenne sede di un gastaldato. All’interno si vedono i resti della basilica paleocristiana di S. Giovanni Evangelista con il suo battistero ottagonale, entrambi utilizzati dai Longobardi nel VII secolo per le sepolture dei loro aristocratici, oltre a tracce di altri edifici civili e militari; un piccolo Antiquarium custodisce i reperti più significativi rinvenuti nel sito (ancora in fase di scavo). La chiesa di S. Maria Foris Portas, come indica il nome stesso, si trova al di fuori del Castrum. Conserva nell’abside uno dei più importanti e antichi cicli pittorici dell’Italia altomedievale, datato tra il VII e il X secolo: gli episodi dell’infanzia di Gesù, tratti dai vangeli canonici e apocrifi, sono ritratti con un’abilità e una naturalezza senza pari per l’epoca, con soluzioni “proto-prospettiche” ancora legate alla pittura romana combinate con influssi orientali. L’ultimo sito del complesso è il monastero di Torba, nel comune di Gornate Olona. Un tempo era l’avamposto militare a fondovalle del Castrum, ma durante la pax longobarda fu occupato da un gruppo di monache benedettine, che tra l’VIII e l’XI lo ampliarono con la costruzione della chiesetta di S. Maria. Particolarmente interessante è la torre inglobata nel monastero, una delle poche torri romane rimaste nel nord Italia, che le monache riutilizzarono e ricoprirono di affreschi ieratici e misteriosi: splendidi i loro ritratti, oggi quasi tutti senza volto, uno dei quali conserva ancora il nome di Aliberga.
Lodi Vecchio

Lodi Vecchio

Le radici di Lodi Vecchio affondano nella Gallia Cisalpina. Così era chiamata la Pianura Padana quando, nell’89 a.C., il console romano Pompeo Strabone conferì la cittadinanza latina a un piccolo insediamento sulle rive del Lambro: in suo onore, quel paesino prese il nome Laus Pompeia, l’antenata di Lodi Vecchio. Divenne una cittadina prosperosa, che il protovescovo san Bassiano cristianizzò già alla fine del IV secolo d.C., ma destinata a una fine drammatica. Al tempo delle lotte tra i Comuni lombardi, infatti, Laus Pompeia si scontrò con Milano, fu sconfitta e nel 1158 venne rasa al suolo. L’imperatore Federico Barbarossa, nemico dei milanesi, con le sue macerie edificò la nuova città di Lodi, qualche chilometro più a est. La cittadina distrutta rinacque in tono minore con il nome di Lauda Veteris, per l’appunto Lodi Vecchio. Le sue nobili e antiche origini si ritrovano però nella basilica dei XII Apostoli, ai margini del centro abitato, consacrata dallo stesso san Bassiano e rifatta in epoca romanica; e nella chiesa di S. Pietro, con affaccio su piazza Vittorio Emanuele II: risale all’anno 832 la decisione dell’imperatore Ludovico il Pio di porla sotto la giurisdizione dell’abbazia di Nonantola, nel Modenese, allora molto potente. Poco distante, vale la pena di gettare uno sguardo nell’androne d’ingresso del settecentesco palazzo Rho, oggi in disuso, per ammirare la volta a botte decorata con rilievi e il portico a bugnato. Al ‘600-‘700 risale anche la piccola cappella della Madonna della Valletta, a ovest del centro.
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