Salta il menu

Un viaggio in primavera è la scelta migliore per godersi il clima favorevole e vedere i bellissimi borghi italiani rifiorire

In Primavera si assiste ad una vera e propria esplosione della natura capace di cambiare luoghi e paesaggi. Uno dei piaceri più semplici è quello di esplorare l'ambiente e di cogliere i panorami e i suoni circostanti. Quando sceglierai dove andare in primavera in Italia preparati a lasciarti stupire da colori, profumi e scenari incredibili e vivere appieno la stagione della rinascita per eccellenza.
PRIMAVERA - Tra milioni di esperienze 2032 risultati di ricerca

MACA Morterone - Disegno per le montagne

Il progetto del MACA, Museo d’Arte Contemporanea all’Aperto di Morterone, nasce dalla concezione poetico-filosofica della Natura Naturans del poeta Carlo Invernizzi (1932-2018), che pone al centro delle proprie riflessioni l’uomo nella sua relazione con quanto lo circonda e la sua capacità di percepire ciò che gli sta intorno non come qualcosa di estraneo o accessorio, ma come parte integrante del divenire vitale. Nel 1986 viene fondata l’Associazione culturale amici di Morterone con lo scopo precipuo di rendere operativa tale visione e di trasformare in un laboratorio creativo questa piccola località ai piedi del Resegone, raggiungibile in auto da Ballabio in circa mezz’ora o con un’impegnativa camminata di circa 4 ore da Piani d’Erna. Nasce così nel 1988 un’esposizione museale che conta oggi più di 30 opere immerse nella natura e disseminate per le vie del paese e sulle pareti degli edifici. Le opere sono state realizzate da grandi protagonisti dell’arte internazionale, giunti qui per fare proprio quel particolare punto di vista in base al quale ogni oggetto artistico è concepito in relazione alla natura stessa. E questo rapporto intrinseco viene chiaramente percepito dal visitatore anche se l’opera si trova collocata in un interno, come accade all’Altare Fiore e al fonte battesimale Il fiore dell’acqua dell’artista Rudi Wach, che è possibile ammirare nella chiesa della Beata Maria Assunta, per il cui porticato David Tremlett ha realizzato il Disegno per le montagne. Il MACA è un progetto tuttora in progress creato nel rispetto dell’incontaminatezza del territorio.

Cappella del Relais San Maurizio

La storia del Relais San Maurizio ebbe inizio nel 1619 quando dei monaci cistercensi decisero di costruire un monastero sui resti di un’antica cappella eretta su un’altura. Nel 1862 il complesso venne acquistato dai conti Incisa, famiglia nobile locale, e trasformato in dimora privata. Nel 2002, dopo 4 anni di restauro, è stato inaugurato l’attuale hotel di lusso a 5 stelle, con ristorante stellato e centro benessere, circondato da un lussureggiante parco secolare in cui un microclima speciale fa convivere corbezzoli e ulivi centenari, abeti, larici, faggi e querce. Nell’antica cappella sconsacrata all’interno del relais si trova il famoso Wall Drawing in Pastel for OPEN SPACE San Maurizio commissionato a David Tremlett per celebrare i 400 anni dalla fondazione del monastero. La cappella ha mantenuto il soffitto originale ricco di decorazioni policrome, mentre nella parte inferiore, sulla struttura in cartongesso che avvolge l’intera stanza, si susseguono, ritmate per tutto il perimetro, le forme e le geometrie scelte dall’artista, che ricordano per certi versi le canne di un organo, per altri uno skyline urbano. Si tratta di elementi longitudinali che partono dal basso, con tonalità terrose, marroni e bordeaux, oppure dall’alto, con toni più chiari e leggeri, ispirati ai colori del soffitto ottocentesco. Al centro spicca uno spazio bianco simile a uno strappo. Il relais si trova nel comune di Santo Stefano Belbo, famoso in tutto il mondo per il suo moscato e paese natale dello scrittore Cesare Pavese. Nella frazione di Camo, a circa 6 km dal Santo Stefano Belbo, gli appassionati d’arte contemporanea possono visitare un altro luogo significativo: il Museo a cielo aperto di Camo. Si tratta di un progetto nato nel 2013 con lo scopo di realizzare un percorso museale fuori dai canoni per far conoscere l'arte e condividerla anche con i meno esperti grazie a quadri, sculture, opere di street art sparsi per le vie, a disposizione di tutti in ogni momento. Hanno aderito al progetto illustratori, fotografi, pittori, scultori e street artist che hanno lasciato qui 90 realizzazioni d’arte contemporanea. L’itinerario parte ai piedi della scalinata che conduce in cima alla collina, dove si trovano la chiesa di S. Pietro in Vincoli e il palazzo Comunale.

Via di Mezzo

La Via di Mezzo, nel borgo di Ghizzano, è un intervento che fa capo in realtà a una più ampia iniziativa comunale intitolata Tre progetti per Ghizzano e tesa a sfruttare l’arte contemporanea come elemento di sviluppo del territorio. Nel 2019 infatti 3 artisti – David Tremlett, Alicja Kwade e Patrick Tuttofuoco – sono stati incaricati di creare delle opere permanenti che oggi tutti possono ammirare passeggiando per le strade del borgo. David Tremlett ha donato nuova vita alle case e ai muri perimetrali della Via di Mezzo con i suoi coloratissimi wall drawing. Ispirandosi al paesaggio collinare che circonda il borgo, Tremlett ha scelto i colori, quelli della terra, della natura: marrone da un lato, verde dall’altro. Sullo sfondo monocromatico delle singole facciate, ogni finestra è stata decorata da brevi linee verticali e orizzontali. Alicja Kwade ha invece realizzato la scultura SolidSky con una pietra proveniente dal Sud America, caratterizzata da venature azzurre che virano in alcuni punti al blu. Patrick Tuttofuoco infine ha realizzato 3 installazioni in marmo, neon e ferro intitolate Elevatio corpus e ispirate a un ciclo di affreschi che decorano il tabernacolo di Benozzo Gozzoli a Legoli, non lontano da qui. A pochi minuti a piedi dalla Via di Mezzo, c’è il Giardino Sonoro, nato nel 2016 all’interno della tenuta della famiglia Veronesi Pesciolini: uno straordinario giardino all’italiana, caratterizzato da curatissime geometrie e da una perfetta simmetria tra gli spazi, ospita delle sculture in terracotta e legno realizzate da Immacolata Datti e ispirate alle Metamorfosi di Ovidio.

Basilica dei SS. Silvestro e Martino ai Monti

La basilica dei Ss. Silvestro e Martino ai Monti non è forse una delle più famose di Roma, eppure merita grande attenzione. Fu fondata già nel IV secolo da papa Silvestro I come Titulus Equitii: era cioè una “protochiesa” nata sulla proprietà privata di un presbitero della famiglia degli Equizi, dove i primi cristiani si riunivano a pregare. Nel VI secolo la chiesa fu ricostruita una prima volta e dedicata proprio al fondatore Silvestro I, nel frattempo santificato, insieme a san Martino di Tours. Il Titulus, ricco di reperti come lapidi sepolcrali, tracce di affreschi, sarcofagi e mosaici, si può visitare ancora oggi, scendendo le scale che dalla basilica portano alla bella cripta. L’edificio in superficie invece risale al IX secolo: fu eretto da papa Sergio II per proteggere le reliquie dei martiri prelevate dalle catacombe fuori dalle mura. Il lato orientale poggia su blocchi di tufo appartenenti alle Mura Serviane, la facciata e l’interno sono però seicenteschi. In particolare, l’esuberanza decorativa degli interni si deve al pittore Filippo Gagliardi detto il Bizzarro, direttore dei restauri fino al 1664, che realizzò anche le prospettive architettoniche nel registro superiore della navata centrale. Poiché la chiesa gli sembrava troppo “schiacciata”, Gagliardi (che un po’bizzarro lo era davvero) decise di far abbassare il pavimento di 80 cm, creando un curioso effetto di colonne “fluttuanti”, anziché soprelevare il soffitto a cassettoni che era stato donato da san Carlo Borromeo (poi bruciato e sostituito nel 1650)… Interessanti sono anche le sculture in stucco romano, ossia ottenute con un impasto di calce, gesso e polvere di marmo, modellate da Paolo Naldini, collaboratore di Bernini; a lui si deve anche la cosiddetta Biblia Pauperum, una striscia di stucco che corre lungo tutta la navata, sopra le colonne, con immagini bibliche e storie di martiri destinate all’evangelizzazione degli illetterati. Nelle navate laterali, invece, si ammirano altre prospettive architettoniche del Gagliardi e le storie di Elia, ambientate in una natura bucolica dipinta da Gaspard Dughet detto il Pussino, cognato del più celebre Nicolas Poussin.

Basilica di S. Pudenziana

Per molto tempo si è pensato che la basilica di S. Pudenziana fosse la chiesa più antica di Roma. Sarebbe stata costruita sulla domus di san Pudente, un senatore romano che, secondo la tradizione, fu convertito da S. Pietro in persona e mise a disposizione dei primi cristiani la sua casa, presto trasformata in un titulus, ossia una “protochiesa”. Insieme a Pudente si convertirono le sue due figlie: santa Pudenziana, per l’appunto, e santa Prassede, anche lei titolare di una basilica paleocristiana, situata a circa 400 metri di distanza. In realtà, anche se i resti di una domus ecclesiae sono davvero stati rinvenuti sotto la basilica, non c’è certezza che questa sia la prima chiesa romana sopravvissuta fino a noi. La certezza è che, in ogni caso, S. Pudenziana è una chiesa di fondamentale importanza per la storia del Cristianesimo delle origini a Roma. L’edificio odierno è nascosto da una facciata piuttosto anonima, rifatta nel 1870 riutilizzando un fregio duecentesco e il portale cinquecentesco della facciata precedente. Dietro svetta un bel campanile romanico, voluto da papa Innocenzo III all’inizio del XIII secolo L’interno a navata unica, con cupola affrescata dal Pomarancio, è frutto della ristrutturazione cinquecentesca di Francesco Capriani detto il Volterra che tolse ogni carattere paleocristiano all’edificio. Unica traccia dell’antichissimo passato della basilica è lo straordinario mosaico absidale del IV-V secolo, forse il più antico in una chiesa romana dopo quelli di S. Costanza. L’iconografia è quella del Cristo Pantocratore, circondato da personaggi che per stile e abbigliamento sono ancora pienamente romani: gli Apostoli vestono come senatori, Pietro e Paolo sono incoronati come generali in trionfo. Le architetture dello sfondo dovrebbero raffigurare Gerusalemme, mentre nel cielo si staglia una croce gemmata tutta bizantina con i quattro simboli degli Evangelisti. Dietro all’abside, infine, la basilica di S. Pudenziana cela un piccolo gioiello: il cosiddetto Oratorio Mariano, un ambiente a pianta irregolare che conserva splendidi affreschi dell’XI secolo ritraenti la famiglia di Pudenziana e la storia della chiesa.

Parco del Colle Oppio

Il Colle Oppio è una delle tre alture che formano l’Esquilino, uno degli originari “sette colli” dell’Urbe, e con i suoi 11 ettari di parco oggi costituisce il polmone verde del Rione Monti. In epoca romana era una zona illustre, costellata di edifici monumentali pubblici e privati, tra cui l’opulenta Domus Aurea di Nerone e i grandi complessi termali di Tito e Traiano. Anche con l’avvento del Cristianesimo l’Oppio mantenne la sua centralità, come è evidenziato dalla fondazione della basilica Eudossiana (oggi S. Pietro in Vincoli) e del Titulus Equitii (oggi Ss. Silvestro e Martino ai Monti). Durante il Medioevo, fu gradualmente abbandonato e convertito in terreno agricolo, tendenza che perdurò fino al XIX secolo, quando si decise di destinarlo definitivamente a parco pubblico. L’assetto attuale risale però all’epoca fascista, in un periodo di forte rivalutazione e strumentalizzazione del passato imperiale di Roma. La prima fase (1928-32), diretta dall’architetto Raffaele de Vico, vide la creazione di nuovi assi viari e alcune fontane, tra cui la cosiddetta fontana delle anfore e il grande ninfeo con decorazioni in tufo. La zona superiore del colle, invece, fu trasformata in un vero e proprio parco archeologico da Antonio Muñoz nel 1935-36, con la sistemazione dei resti delle terme di Traiano e della grande cisterna delle Sette Sale. Punti punti focali di qualsiasi passeggiata sul Colle Oppio sono le prospettive spettacolari che il parco regala sul Colosseo e sul Palatino, tanto vicini che sembra di poterli toccare…

Basilica di S. Stefano Rotondo

La basilica di S. Stefano Rotondo è la più antica chiesa a pianta circolare di Roma. Risale addirittura al V secolo e sembra aver ospitato papa Gregorio Magno: nel VI secolo il grande pontefice, dottore della Chiesa, avrebbe predicato dalla cattedra marmorea che vi è tuttora conservata, ricavata da un sedile romano. L’edificio non risulta immediatamente visibile dalla strada: anzi, trovarlo non è facilissimo, nascosto com’è in un giardino chiuso da un tratto di mura romane. Anche l’ingresso non rivela subito la sua specificità architettonica: il portico semplice, a cinque arcate, è un’aggiunta del XII secolo. Le vere attrattive della basilica si schiudono appena si entra nel grande e inaspettato ambiente circolare, scandito da un maestoso anello di 22 colonne marmoree di spoglio, cioè asportate da monumenti classici e riciclate per la costruzione della basilica (non sono tutte alte uguali: osservate le basi di spessori diversi). La pianta originaria era ancora più grandiosa, dato che comprendeva un ulteriore ambulacro esterno abbattuto in epoca rinascimentale, quando la chiesa, ormai quasi in rovina, fu sottoposta a un radicale restauro da Bernardo Rossellino. Al XVI secolo, invece, risalgono le principali decorazioni pittoriche: la balaustra ottagonale dipinta da Antonio Tempesta (1580) e soprattutto il cosiddetto Martirologio (1582) che si dipana lungo la parete circolare, cioè un ciclo di 34 affreschi piuttosto truculenti dipinti dal Pomarancio e da Matteo da Siena con raffiguranti il martirio di vari santi. L’unica cappella della chiesa, dedicata ai Ss. Primo e Feliciano, conserva un bellissimo mosaico bizantino nel catino absidale e un altro ciclo pittorico di Antonio Tempesta (1568). Un’ultima curiosità: negli Anni ’90, sotto la chiesa sono stati scoperti i resti di una caserma romana dotata di un suo mitreo, luogo destinato al culto del dio Mitra, a testimonianza della vocazione “sacra” di questo luogo fin da prima del Cristianesimo.
Ops! C'è stato un problema con la condivisione. Accetta i cookie di profilazione per condividere la pagina.