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Famosa per arte, monumenti e statue, l’Italia è ricca di tesori straordinari. Dal Colosseo alla Torre di Pisa, sono molte le opere da ammirare. Passeggia per le città, visita i musei e lasciati incantare da statue imponenti, edifici storici, fontane e altri capolavori dell’architettura italiana.

Monumenti e Statue 119 risultati di ricerca
Arte & Cultura

Chiaravalle

L’abbazia di Chiaravalle, gioiello cistercense e oasi di pace Il grande nastro di cemento dell’autostrada del Sole, in uno dei suoi tratti più trafficati, tra Fiorenzuola e Fidenza, non dista molto, ma l’Abbazia di Chiaravalle della Colomba di Alseno, tra Piacenza e Parma, resta l’oasi di pace, silenzio e preghiera che doveva essere nelle intenzioni del suo fondatore, San Bernardo di Chiaravalle, figura carismatica dell’ordine monastico dei cistercensi. Punto di riferimento storico Su impulso del vescovo di Piacenza Arduino, nel 1135 San Bernardo istituì nella sua diocesi una comunità di monaci destinata a lasciare un profondo impatto sulla vita religiosa e civile del territorio e su tutto il Nord Italia. Ancora oggi, il gioiello del chiostro medievale e la sua austera basilica romanico-gotica sono una delle più interessanti testimonianze dello stile e dell’architettura cistercense in Italia. Contemplazione e lavoro nei campi Grandissimi costruttori, attraverso l’architettura, i cistercensi davano forma e sostanza all’austera semplicità della loro regola, fondata sul motto benedettino dell’ora et labora, sulla vita contemplativa e attiva: per secoli i monaci, che sono tornati qui nel 1937 dopo essere stati allontanati in epoca napoleonica, alternando i lavori dei campi agli studi e alla preghiera, attuarono opere agronomiche, bonificarono terreni, allevarono il bestiame, lasciando, sul territorio circostante, un segno profondo che si può ancora apprezzare. Il mistero della colomba bianca Tra i tanti miti che aleggiano intorno alla fondazione dell’abbazia c’è quello della colomba che riecheggia nel suo stesso nome. Leggenda vuole che sia stata proprio una colomba bianca a indicare ai monaci, con una serie di pagliuzze, il luogo e il perimetro del monastero da edificare. È però probabile, più semplicemente, che la colomba richiami il tema mariano dell’annunciazione, molto caro ai cistercensi: non a caso anche la basilica è dedicata a Santa Maria Assunta. Gioiello dell’architettura medievale al centro di itinerari culturali storici, il complesso del monastero, tuttora abitato da monaci, fa parte dell’associazione Charte européenne des abbayes et sites cisterciens, che raggruppa tutti i siti cistercensi europei di maggior interesse, ed è anche tappa di due importanti itinerari culturali del Consiglio d’Europa: la Via Francigena e la Route européenne des abbayes cicterciennes. Meritano in particolare una visita la basilica, dalle linee sobrie in mattoni di cotto, che fotografa il momento di transizione tra il romanico e il gotico, con l’impianto a tre navate che si sviluppa straordinariamente in altezza; la sala del Capitolo, “parlamento” della vita monastica, e il bellissimo chiostro: realizzato nel tredicesimo secolo e ancora integro su tutto il perimetro, è uno dei meglio conservati dell’epoca e rimanda ad atmosfere raccolte e mistiche, alimentate dalla complessa simbologia numerica che regola la sua architettura. Infiorate, sagre e processioni Aperta tutto l’anno, il momento migliore per visitare l’abbazia di Chiaravalle della Colomba è però tra maggio e giugno, quando, secondo un uso millenario, in occasione della festa del Corpus Domini, nella navata centrale della basilica viene allestita la tradizionale “infiorata”, un tappeto coloratissimo di petali di fiori e foglie che riproducono quadri e rappresentazioni sacre. Nella settimana del 20 agosto, invece, in occasione della ricorrenza del santo patrono, nel parco dell'abbazia, viene organizzata ogni anno la consueta sagra di San Bernardo, occasione per gustare i sapori della gastronomia piacentina e assistere all’arrivo della processione che parte da Fiorenzuola, con la statua del santo portata dai cavalieri templari. Un’occasione ghiotta per ammirare tanta bellezza. Un consiglio: tra i prodotti realizzati dai monaci di Chiaravalle sono molto apprezzati i liquori, ricavati da erbe aromatiche secondo ricette secolari, e acquistabili, insieme a una vasta scelta di tisane, presso la liquoreria. Come arrivare Dall’autostrada A1 (da Bologna o da Milano) o dalla A21 (da Brescia o Cremona) prendere l’uscita di Fiorenzuola d’Arda. Proseguire su strada SP462R per un chilometro e mezzo e immettersi sulla tangenziale di Fiorenzuola fino all’uscita Fiorenzuola Est/ Chiaravalle. Da qui proseguire sulla via Emilia Ovest per 1 chilometro e poi a sinistra su strada Busazza, dopo 800 metri svoltare a destra, seguendo i cartelli fino ad Alseno e al parcheggio gratuito dell’Abbazia. Il monastero è anche raggiungibile a piedi direttamente dalla piazzola di sosta di Chiaravalle dell’A1 attraverso una strada pedonale di circa 600 metri a cui si accede da un cancelletto girevole.
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Cattedrale di San Donnino

Fidenza e il suo Duomo, gioiello romanico lungo la Via Francigena Punto di accesso dell’itinerario della Via Francigena, il Duomo di Fidenza, seconda città della provincia di Parma, da cui dista circa 30 chilometri, sorge nell’antico borgo di San Donnino. Antica meta di pellegrinaggio, San Donnino ha dato il suo nome alla città di Fidenza fino al 1927, quando si è deciso di ripristinare la denominazione latina del municipio romano su cui il sito sorgeva, Fidentia. La misteriosa storia di San Donnino Ma la vicenda del martirio di San Donnino, a cui anche il Duomo di Fidenza è dedicato, permea la storia della città fin dall’epoca paleocristiana. Uomo di fiducia dell’imperatore romano Massimiano, sembra che il santo sia stato fatto decapitare per ordine dell’imperatore in seguito alla sua decisione di convertirsi al Cristianesimo. Il martirio sarebbe avvenuto sulla riva del torrente Stirone, poco distante da dove ora sorge la chiesa. Leggenda vuole che, dopo la decapitazione, il corpo senza testa di Donnino si rianimasse per il tempo necessario a fargli attraversare il torrente, con il capo mozzato tra le mani, per andare ad accasciarsi per sempre sulla riva opposta. Questo e altri accadimenti miracolosi attrassero sul luogo, nel tempo, un numero sempre più alto di devoti, rendendo Borgo San Donnino una meta frequentata di pellegrinaggio e un importante centro mercantile. I resti del santo furono più volte rinvenuti e tumulati, l’ultimo a riesumarne le spoglie, concedendogli un riconoscimento definitivo e solenne, sarebbe stato Carlo Magno, avvisato da una premonizione in sogno e costretto dall’ostinazione del suo cavallo a fermarsi da quelle parti durante un viaggio. Ora le reliquie del santo riposano nella cripta della cattedrale, ma il suo mito non si spegne: un recente esame autoptico avrebbe rivelato che il corpo lì conservato non avrebbe subito alcuna decapitazione. Il mistero di Donnino s’infittisce. Le meraviglie della cattedrale Ma la suggestione dell’epopea miracolosa di San Donnino travalica ogni evidenza scientifica. Le sue gesta e ciò che seguì al martirio sono dettagliatamente illustrati, come le strisce di un fumetto, sui bassorilievi e sulle statue realizzate dall’architetto e scultore Benedetto Antelami e dalla sua scuola lungo la facciata del Duomo di Fidenza. Capolavoro del romanico padano, la basilica fu costruita tra il XII e il XIII secolo sui resti di una chiesa paleocristiana. Accanto alla descrizione dell’esistenza e della morte del santo, prendono vita, a scopo didascalico, i racconti del Vecchio e del Nuovo Testamento, le storie di Maria e altri apostoli e altri aneddoti prodigiosi legati ai pellegrinaggi. Sulla facciata a capanna del Duomo, parzialmente incompleta, ci sono tre portoni valorizzati da strombature: quelli laterali sono chiamati "portone della vita", quello a destra, incorniciato da colonne sorrette da arieti, e "portone della morte", quello di sinistra, affiancato da colonne sostenute da figure umane, dette telamoni. Il portone centrale, sormontato dal ciclo di bassorilievi di San Donnino, è invece "sorvegliato" da una coppia di leoni stilofori. I tre portoni danno accesso ad altrettante navate, divise da colonne e collegate da volte a crociera, Al di sotto, si trova la cripta con le presunte reliquie del santo. Fidenza, tra musica, monumenti e musei Uscendo dal Duomo, in piazza Giuseppe Verdi, s’incontra il Teatro Gerolamo Magnani, realizzato nel 1813 su disegno dell'architetto Nicolò Bettoli e inaugurato, il 26 ottobre 1861, con Il Trovatore, di Giuseppe Verdi, la cui sala è un gioiello di stucchi. In piazza Garibaldi si ergono invece le architetture neogotiche del Palazzo Comunale, con i suoi merli e il porticato ad arcate, mentre l’edificio barocco del Palazzo delle Orsoline ospita il Museo del Risorgimento Luigi Musini, uno spazio espositivo dedicato al risorgimento italiano e alla resistenza antifascista. Merita una visita anche il Ponte Romano sul torrente Stirone, sull'area dell'attuale piazza Grandi, realizzato in blocchi di tufo piacentino, risale probabilmente al I secolo: dell’antica struttura sono visibili oggi solo due delle campate. Il ponte, sovrastato da un’imponente torre merlata, baluardo di difesa eretta nel 1364 per volontà della famiglia Visconti che al tempo controllava borgo, rappresentava il punto d’accesso all’antica città per i viaggiatori che arrivavano da Nord, lungo la Via Emilia. Itinerari alternativi tra sport, enogastronomia e shopping Fidenza, tappa, per la sua rinomata tradizione alimentare, di svariati tour enogastronomici, è anche meta degli appassionati di turismo outdoor: il suo territorio è infatti percorso da una fitta rete di ciclovie e di itinerari di trekking che attraversano in lungo e in largo la Via Francigena e rappresentano un modo diverso per scoprire l’arte e la cultura locali, tra le colline e i torrenti, le rocche e i castelli del Parco dello Stirone e del Piacenziano. Infine, se siete amanti dello shopping, sappiate che a circa 7 chilometri dal centro di Fidenza si trova il Fidenza Village Outlet, tempio della moda che concentra un centinaio di boutique di marchi nazionali e internazionali in una suggestiva cornice di architetture ispirate alle opere di Giuseppe Verdi, nato poco distante da questi luoghi: per chi è in cerca di capi prestigiosi a prezzi ridotti.
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Rocca di Monselice

La Rocca di Monselice è un imponente fortificazione medievale voluta dall’imperatore Federico II di Svevia che domina la cima del Colle della Rocca a Monselice e vi si accede tramite un sentiero che parte dalla scalinata di fianco Villa Duodo. Edificato sui ruderi di un precedente castelletto bizantino conquistato dai Longobardi nel 602 d.C., per la sua costruzione fu necessario demolire l’antica pieve di S. Giustina, poi ricostruita a metà monte e oggi conosciuta anche come Duomo Vecchio. STORIA DELLA FORTEZZA Nel 1239, in vista del conflitto con il marchese guelfo Azzo VII d’Este, Federico II confermava la città di Monselice come sede del tribunale d’appello imperiale per la Marca Trevigiana (corrispondente all’intero Veneto e parte del Trentino e del Friuli) e disponeva la ricostruzione della rocca e la realizzazione di una nuova cinta di mura sul colle. Il complesso è costituito da una robusta base a tronco di piramide, con paramento in blocchi di trachite alto circa 8 metri, sulla quale si eleva una torre quadrangolare originariamente molto alta, ma che oggi appare priva di copertura. Dopo la conquista di Monselice da parte dei Carraresi nel XIV secolo, i signori di Padova decisero di inglobare la struttura federiciana all’interno di una cinta muraria più estesa, che serviva a proteggere anche i vari borghi sorti sull’unghia della collina e che è ancora ben visibile in alcune zone del centro storico dell’attuale città. L’avvento del dominio veneziano a partire dal 1405, portò alla cessione dell’intero complesso fortificato del Colle della Rocca ad alcune famiglie nobili, tra cui i Marcello e i Duodo, che qui edificarono le loro dimore di villeggiatura. Tuttavia, la funzione difensiva del colle si rese per l’ultima volta necessaria nel 1509, quando le truppe della Lega di Cambrai in guerra contro Venezia, assediarono la città danneggiando le mura e il mastio duecentesco. UN RICCO PATRIMONIO DA VISITARE In tempi recenti, delle ricerche archeologiche presso il mastio hanno portato alla luce edifici residenziali, cortine murarie merlate, l’abside dell’antica Pieve di Santa Giustina e una necropoli longobarda, il cui ricco patrimonio è oggi esposto nell’Antiquarium Longobardo allestito all’interno della biblioteca di Ca’ Marcello. All’interno del Mastio sono invece esposti alcuni reperti archeologici formati da vasellame, vari arnesi metallici e oggetti in argento. La mostra è corredata da una ricca didascalia e da un plastico che mette in evidenza l’articolata struttura difensiva del colle nei secoli.
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Villa Barbarigo a Valsanzibio

La Villa Barbarigo Pizzoni-Ardemani, un tempo raggiungibile tramite canali anche da Venezia attraverso la Valle di Sant’Eusebio, da cui la località prende il nome, si trova in zona Valsanzibio a Galzignano Terme in provincia di Padova. La splendida villa fu acquistata nel XV secolo dalla famiglia Contarini, per poi passare a ai Barbarigo alla fine del XVI secolo. A questi si deve la realizzazione del famosissimo Giardino di Villa Barbarigo Pizzoni-Ardemani a Valsanzibio. Dal 1929 i nobili Pizzoni Ardemani sono proprietari dell’intera tenuta. IL GIARDINO DELLA VILLA Il Giardino di Villa Barbarigo Pizzoni-Ardemani a Valsanzibio è apprezzato a livello internazionale per la sua integrità, cura ed importanza. Su progetto dell’architetto e fontaniere pontificio Luigi Bernini, fu portato all’attuale splendore nella seconda metà del Seicento dal nobile veneziano Francesco Zuane Barbarigo, con un progetto di 150.000 metri quadrati di superficie. Molto importante è la simbologia del progetto, composto da settanta statue: l’ispirazione viene dal primogenito Gregorio Barbarigo, cardinale ed in seguito santo. All’interno del giardino si trova il più antico ed esteso labirinto esistente: il labirinto di bosso, che si sviluppa per circa un chilometro e mezzo. E poi ancora l’Isola dei Conigli, il Monumento del Tempo, gli Scherzi d’acqua e per finire il famoso Bagno di Diana (antico ingresso trionfale). Questo complesso venne progettato ed attuato per simboleggiare il cammino dell’uomo verso la propria perfezione e salvezza. A pochi minuti di macchina da Abano e Montegrotto Terme, il Giardino è una meta turistica e ludica, naturalistica e culturale assolutamente da non perdere.
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Piacenza

Piacenza, accogliente e fastosa, emiliana ma non troppo Capolinea dell’antica Via Emilia ed epicentro geografico della Pianura Padana, la città di Piacenza sorge sulla riva destra del fiume Po ed è - per la sua posizione ai confini nord-occidentali della regione - la meno emiliana tra i capoluoghi di provincia dell’Emilia Romagna. Tappa obbligata per i viaggiatori A metà strada tra Appennini e pianura, incastonata tra valli e corsi d’acqua, sulla sua vocazione di luogo di transito Piacenza ha costruito le proprie fortune: Leonardo da Vinci, che si candidò senza successo a progettare le porte in bronzo del suo Duomo, fu tra i primi a coglierne il ruolo territorialmente cruciale, definendola, nel Codice Atlantico, “Terra di Passo”, tappa obbligata per chiunque fosse diretto a Milano. Un Dna che spiega ancora oggi l'irriducibile vocazione della città all’accoglienza e all’ospitalità. Tra portici e giardini segreti, in bici L’etimologia del nome latino, placentia, che allude alla capacità di piacere, è un compendio riuscito dell’anima della città: gradevole, elegante e ricca di tesori custoditi con discrezione. Per i suoi ritmi lenti e le dimensioni contenute è un luogo ideale da visitare a piedi o in bicicletta, girando tra portici e chiese, rubando la bellezza dei cortili nascosti dei suoi palazzi signorili. I cavalli dei Farnese Allora, pronti a cominciare? Il tour ideale di Piacenza, tra arte e storia, non può che partire dalla popolare piazza Cavalli, baricentro della città. È così chiamata per la presenza della famigerata coppia di monumenti equestri dedicati a Ranuccio e Alessandro Farnese, padre e figlio, un tempo Duchi e Signori di Parma e Piacenza. Realizzati nel Seicento in stile barocco dallo scultore toscano Francesco Mochi si stagliano proprio di fronte al bel Palazzo comunale in cotto e marmo bianco, detto “il Gotico”, che si dice ospitò il Petrarca: sono l’emblema della città. Se sentite dire dai piacenti “i noss cavaj”, i nostri cavalli, è a loro che alludono. Il tour ducale Il percorso “farnesiano” si snoda nella visita allo storico Palazzo Farnese, oggi sede dei Musei Civici, nella cui pinacoteca si può ammirare, tra le altre opere, un Tondo della Vergine con bambino del Botticelli. L’ala archeologica invece conserva il famoso Fegato di Piacenza, un modello bronzeo di fegato di pecora con iscrizioni etrusche, usato dagli aruspici come guida per i vaticini. Corona il tour il giro delle Mura Farnesiane che nel Cinquecento cingevano il centro storico. Il Duomo, tra romanico e gotico La vera attrazione della città è però il suo Duomo: dedicato a Santa Maria Assunta e Santa Giustina, accosta all’architettura originale, mirabile esempio di romanico emiliano, gli elementi gotici di una ristrutturazione successiva e custodisce una cupola affrescata dal Guercino. Ma sono diverse le chiese piacentine d’epoca medievale da scoprire, a partire da Sant’Antonino, patrono della città, tappa obbligata per i pellegrini sulla Via Francigena, fino a San Savino, di fondazione paleocristiana, con pavimenti a mosaico, passando per Santa Maria di Campagna, con la sua cupola affrescata dal Pordenone. Qui, si dice, Papa Urbano II avrebbe annunciato l’intenzione di bandire la Prima Crociata in Terrasanta. Una passeggiata per la muntä di rat La visita ai musei piacentini non può invece prescindere dalla Galleria Alberoni che conserva l’Ecce Homo di Antonello da Messina e da quella d’Arte Moderna Ricci Oddi, con le sue opere tra Ottocento e Novecento. Luoghi iconici della città da visitare, prima di ripartire, sono il Teatro Municipale, la cui facciata fu rielaborata da Alessandro Sanquirico su ispirazione della Scala di Milano, e la scalinata che collega Via Mazzini a Via San Bartolomeo, che qui tutti chiamano la muntä di rat. Perché durante le piene del Po, leggenda vuole che i topi la utilizzassero per trovare scampo all’acqua. Tra colli e borghi medievali: a caccia di delizie e set dei film di Bellocchio Altre meraviglie le riserva il paesaggio circostante, tra le rinomate valli dei colli piacentini: Val Trebbia, Val Nure, Val Tidone e Val d’Arda, per citare le più note, con i loro itinerari panoramici e le delizie enogastronomiche. E poi i borghi e castelli medievali: tra tutti Castell’Arquato, Grazzano Visconti, Gropparello, Rivalta. Ai cinefili consigliamo una tappa a Bobbio, delizioso borgo della Val Trebbia e set di tanti film di Marco Bellocchio, che qui ha fondato la sua Scuola di Cinema e un Festival dedicato alla Settima Arte. Agli amanti degli sport open air suggeriamo invece di cimentarsi, a piedi o in bicicletta, con qualche tappa della Via Francigena, l’antico percorso di pellegrinaggio che dal Nord Europa conduceva a Roma e di lì alla Terrasanta.
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Palazzo dei Papi di Viterbo

Viterbo, città dei papi e delle terme Viterbo è una splendida città d’arte che consente di fare un bel viaggio nel tempo attraverso le sale dell’elegante Palazzo Papale, tra vicoli medievali intatti, le fontane monumentali, i palazzi patrizi del Rinascimento. Una terra antica che conserva affascinanti vestigia etrusche, come la Cava di Sant’Antonio e la necropoli di Castel d’Asso, ricca di sorgenti termali immerse nella natura dove godere di bagni caldi in un paesaggio incantevole. Le 10 cose da vedere a Viterbo Ogni visita a Viterbo inizia dal Palazzo papale, con la bellissima loggia colonnata con gli archi a ogiva, realizzato a partire dal 1257 per assicurare al pontefice una sede più sicura rispetto a Roma, allora teatro di aspre contese: qui si trova quella che è passata alla storia come Sala del Conclave (dal latino cum clave, sotto chiave) dove i cardinali, divisi sul nome del nuovo pontefice, furono segregati fino a trovare un accordo. Ci vollero 33 mesi per l’elezione di Gregorio X e da allora il termine conclave viene usato per indicare la riunione dei cardinali indetta per eleggere un nuovo papa. Il Palazzo papale si trova nell’elegante piazza san Lorenzo sulla quale si affaccia la Cattedrale del XII secolo, da vedere insieme al Museo Colle del Duomo. La visita a Viterbo prosegue tra i vicoli del suggestivo quartiere San Pellegrino, una passeggiata in pieno Medioevo, tra le caratteristiche case “a ponte” collegate all’altezza del primo o secondo piano, tra le quali si aprono suggestivi passaggi coperti, a cui si accede per lo più con scalinate, che qui chiamano “profferli”: la più bella è la casa degli Alessandri, con la scalinata interna, fiancheggiata da un parapetto. Nel quartiere si trova anche il Museo del Sodalizio dei Facchini di Santa Rosa, i protagonisti della festa più sentita e radicata della città che la sera del 3 settembre portano in processione la pesantissima (51 quintali!) Macchina di Santa Rosa, una sorta di torre alta 30 metri: il museo permette di entrare nello spirito di una festa popolare che è stata riconosciuta dall’Unesco come Patrimonio immateriale dell’Umanità. Bello il Museo della Ceramica della Tuscia, ospitato al piano terra di Palazzo Brugiotti, splendida dimora del Cinquecento, con pregevoli affreschi e belle fontane nell’atrio e nel giardino. Del resto, Viterbo è una città d’acqua: la Fontana Grande, nell’omonima piazza, è solo una delle tante fonti monumentali che scaturiscono in ogni piazza nel centro storico. Ancora pochi passi e siete nella piazza del Palazzo dei Priori, in quello che è stato il simbolo del potere civico della città, con grandi sale affrescate, come la Cappella Palatina dipinta da Filippo Cavarozzi e Marzio Ganassini). Le origini più antiche della città si scoprono al Museo Nazionale Etrusco di Rocca Albornoz, dedicato all’archeologia etrusca, la cui visita continua idealmente alla spettacolare necropoli di Castel d’Asso, con le tombe intagliate nella roccia nell’area delle sorgenti termali. Tra le vestigia etrusche, c’è da annoverare anche la Cava di Sant’Antonio, lungo la strada Signorino: si tratta di un percorso molto angusto scavato nel tufo che unisce la contrada Signorino alla porta Faul, una delle tante vie cave che gli etruschi realizzavano per scopi difensivi o sacri, questo rimane un mistero. A Viterbo, tra sorgenti calde e vasche nel verde Se amate immergervi nelle calde acque termali, in tutte le stagioni, Viterbo fa decisamente per voi. Attorno alla città sono presenti diverse sorgenti dove è possibile fare bagni caldi in luoghi naturali, e senza dover pagare un biglietto! I pellegrini della via Francigena incontrano sul loro percorso le terme del Bagnaccio, un piacevole parco gestito da un’associazione che consente l’ingresso gratuito a chi usufruisce solo delle vasche, mentre per l’accesso ai servizi è richiesto un modico contributo. Sulla strada Terme, a 2,5 km dalla città, ci sono le piscine Carletti, graziose vasche nel verde con accanto vasti prati dove sdraiarsi a prendere il sole. Sulla strada del Bullicame trovate l’omonima sorgente termale, citata da Dante nell’Inferno, che sgorga da un piccolo cratere naturale (non ci può avvicinare, ma si vede attraverso un parapetto trasparente) per alimentare grandi vasche in un paesaggio idilliaco. Naturalmente non mancano a Viterbo gli stabilimenti termali con ogni genere di servizi, cure e trattamenti: le Terme dei Papi offrono un’enorme piscina, una grotta naturale e un percorso con vasche calde e fredde, ideale per riattivare la circolazione. In tavola acquacotta e pignataccia Quella viterbese è una cucina contadina che attinge ai prodotti della sua terra generosa: qui d’inverno si mangia una sostanziosa zuppa di castagne e ceci o la più leggera acquacotta, un minestrone con poche verdure arricchito da un uovo e crostini di pane. In occasione della festa di Santa Rosa, invece, non può mancare la pignattaccia, un piatto a base di trippa e altri tagli poveri di carne con le patate, insaporita con erbe aromatiche e cotta a lungo in forno.
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Villa Lante

Villa Lante, fantasia di fontane e giochi d’acqua Il favoloso giardino di villa Lante di Bagnaia, ideato come residenza estiva dei vescovi di Viterbo, è uno dei più spettacolari giardini all’italiana manieristi del XVI secolo, attribuito al genio di Jacopo Barozzi da Vignola. Un tripudio di fontane e giochi d’acqua disposti su varie terrazze, tra viali, siepi, fiori e sculture, dove gli edifici diventano quasi ornamento del giardino. Un luogo dove fare una passeggiata romantica immaginando le mitiche feste che qui si tenevano. Un giardino principesco per due cardinali Villa Lante fu voluta dal cardinale di Viterbo Gian Francesco Gambara e portata a termine dal suo successore, Alessandro Montalto, come residenza di campagna dell’episcopato. Sorge nel borgo di Bagnaia, a soli 4 chilometri dalla città. La creazione del giardino iniziò nel 1511 e si prolungò fino al 1566 in un periodo in cui casate nobiliari e cardinali si sfidavano nell’ideare le residenze più sorprendenti ed esclusive: gli esempi della zona sono i Farnese con la villa a Caprarola, gli Orsini con il Bosco Sacro a Bomarzo, i vescovi di Viterbo con villa Lante. La prima parte del giardino è un grandioso parterre con al centro la Fontana dei Mori, ripartita in 4 vasche, bordata di balaustre: intorno le siepi di bosso ricche di dettagli formano 12 aiuole quadrate variamente scolpite. Da qui è un susseguirsi di terrazzamenti che consentono all’acqua di defluire lungo la collina in spettacolari fontane e cascate. Una scala consente di scendere alla Fontana dei Lumini, di forma circolare, dove l’acqua sgorga in piccoli zampilli come se fossero candele. Davanti si distende la Mensa del Cardinale, un tavolo di una decina di metri di peperino che al centro ha una scanalatura dove l’acqua scorre: usato per i rinfreschi estivi, era ideale per tenere al fresco le bevande. La successiva è la Fontana dei Giganti, con le statue di Arno e Tevere, seguita dalla Fontana delle catene, una cascata a gradoni in cui l’acqua scivola tra vasche che hanno la forma delle chele di un gambero (il simbolo del cardinale Gambara). Siamo alla Fontana dei Delfini, a cui segue quella del Diluvio, in forma di grotta, dove si conclude il giardino, ma non la visita, che prosegue nel parco dove vi aspettano altre fontane come quella del Pegaso, di forma ovale, con il cavallo alato al centro. Una villa, anzi due: le palazzine gemelle Ma dov’è la villa? La residenza vera e propria quasi scompare tanto è ricco il giardino. I vescovi risiedevano nelle due palazzine gemelle che si trovano nel parterre al livello della Fontana dei Mori, denominate Gambara e Montalto, quasi identiche, malgrado siano state costruite in periodi diversi. Di pianta quadrata, hanno entrambe una loggia e sono sormontate da una lanterna. All’interno, invece, sono molto diverse, almeno per la decorazione pittorica. Nel casino Gambara prevale la pittura di paesaggio e vi sono riprodotte altre ville del circondario, come villa Farnese di Caprarola e la stessa villa Lante, mentre nel casino Montalto, completato in pieno Seicento, prevalgono paesaggi marini e decorazioni illusioniste.
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