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Un viaggio in primavera è la scelta migliore per godersi il clima favorevole e vedere i bellissimi borghi italiani rifiorire

In Primavera si assiste ad una vera e propria esplosione della natura capace di cambiare luoghi e paesaggi. Uno dei piaceri più semplici è quello di esplorare l'ambiente e di cogliere i panorami e i suoni circostanti. Quando sceglierai dove andare in primavera in Italia preparati a lasciarti stupire da colori, profumi e scenari incredibili e vivere appieno la stagione della rinascita per eccellenza.
PRIMAVERA - Tra milioni di esperienze 2032 risultati di ricerca

Chiesa di S. Stefano

C’è una torre pendente anche a Venezia? Ebbene sì: è il campanile romanico della chiesa di S. Stefano nel sestiere di S. Marco. Con i suoi oltre 60 metri è uno dei più alti di Venezia e sembra reggersi in piedi per miracolo, nonostante l’inclinazione di oltre 2 metri ben visibile tra la base e la sommità. Campanile a parte, questa antica chiesa ricostruita dagli Agostiniani fra il ’300 e il ’400 cela molte altre caratteristiche degne di nota: per esempio il rio di S. Stefano che scorre sotto il presbiterio, navigabile solo con la bassa marea, o il piccolo chiostro in cui è allestito un bel museo di sculture, tra le quali ricordiamo alcune opere rinascimentali di Tullio e Antonio Lombardo e una raffinata stele funeraria di Antonio Canova (1808). Dal punto di vista architettonico, la chiesa è uno dei migliori esempi di gotico fiorito veneziano: nella facciata di mattoni rossi spicca il magnifico portale realizzato da Bartolomeo Bon nel 1442. L’interno è a tre navate con slanciati archi acuti e un bel soffitto a carena di nave, mentre nell’abside si conserva un magnifico coro ligneo del 1488. La sagrestia della chiesa è uno straordinario scrigno di opere d’arte veneziana: risaltano il S. Nicola di Bari e il S. Lorenzo (circa 1475) di Bartolomeo Vivarini e soprattutto 4 tele di Tintoretto provenienti dalla chiesa soppressa di S. Margherita, un’Ultima cena (1579-80), una Resurrezione (circa 1565), una Lavanda dei piedi (1579-80) e un’Orazione nell'orto (1579-80). In particolare l’Ultima cena è un’opera vivace e vigorosa, simile ai dipinti della Scuola Grande di S. Rocco soprattutto nella resa degli effetti luministici.

Gallerie dell'Accademia

Situate nel sestiere di Dorsoduro, giusto di fronte all’ottocentesco ponte dell’Accademia, le Gallerie dell’Accademia sono il principale museo di Venezia, nonché quello che vanta la più ampia collezione di arte veneta al mondo. Le sue origini risalgono alla metà del ’700, quando nacque l’Accademia di Belle arti di Venezia, ma fu al tempo di Napoleone, con la soppressione di molti monasteri e la sconsacrazione di altri luoghi di culto, che la sua raccolta di opere d’arte si allargò a dismisura, raccogliendo capolavori provenienti da realtà religiose ormai soppresse. Risale infatti al 1807 lo spostamento dell’Accademia nei locali dell’ex monastero di S. Maria della Carità, dove ancora oggi si trovano le Gallerie (mentre l’Accademia vera e propria si è in seguito separata ed è stata trasferita altrove). Nel 1817 le collezioni furono aperte al pubblico, continuando ad arricchirsi negli anni grazie ad acquisizioni e donazioni private. Attualmente il museo si compone di tre sedi, la chiesa di S. Maria della Carità, il suo monastero e gli spazi della Scuola Grande di S. Maria della Carità, per un totale di 37 sale, oltre a un Gabinetto dei disegni e delle stampe collocato in ambienti protetti. Le opere sono esposte con criterio cronologico, dalla pittura del XIV secolo a quella del XIX. Sarebbe infinito l’elenco di tutti i capolavori conservati nel museo, ma basta citare qualche nome per farsi un’idea della qualità delle collezioni. Si va dagli spettacolari teleri di Vittore Carpaccio alle pale di Cima da Conegliano, dai misteriosi dipinti di Giorgione alle raffinate Madonne di Giovanni Bellini, dalle vedute fotografiche del Canaletto ai dipinti rococò del Tiepolo, dai bozzetti di Antonio Canova alle tele storiche di Francesco Hayez, passando per i maggiori capolavori di Veronese, Tintoretto e Tiziano. Una menzione d’obbligo va ai disegni di Leonardo, tra cui il celeberrimo Uomo vitruviano, che trovano degna collocazione nel Gabinetto dei disegni e vengono esposti al pubblico per limitati periodi di tempo.

Chiesa di S. Andrea

Gioiello del romanico pistoiese, la chiesa o pieve di S. Andrea assunse l’aspetto attuale nella seconda metà del XII secolo. Presenta una bella facciata, la cui metà inferiore, arricchita da colonne e losanghe incavate, è attribuita a Gruamonte, che, insieme al fratello Adeodato, ne firmò l’architrave nel 1166. Per scoprire il vero tesoro di S. Andrea, però, dovrete varcarne la soglia: gli interni sobri, sormontati da capriate decorate, fanno da sfondo al capolavoro di Giovanni Pisano, uno splendido pulpito scolpito completato nel 1301, sorretto da colonne in porfido caratterizzate da suggestivi basamenti simbolici. Sempre a Pisano è attribuito il Crocifisso in legno colorato posto accanto all’altare maggiore. Finora sono stati ascritti a Giovanni Pisano 8 crocifissi in legno da collocarsi cronologicamente fra il 1297 e il 1300 (anni che videro l’artista impegnato nel pulpito); rappresentano tutti il Cristo raffigurato come un uomo straziato, dagli occhi chiusi o spenti, sanguinante, con le membra esauste e appesantite, il capo reclinato e le braccia rigidamente tese. Questo esemplare della pieve di S. Andrea è l’unico di cui è possibile ammirare la cromia originale, grazie al restauro avvenuto tra il 1969 e il 1970, che ha tolto le varie ridipinture. Venerato come miracoloso, era stato portato in processione durante la terribile epidemia di peste del 1399 e l’anno successivo era stato collocato in una cappella appositamente costruita all’interno della chiesa di S. Maria a Ripalta, prima di essere trasportato nella sua attuale collocazione. Edificio di culto attestato già nell’XI secolo, S. Maria a Ripalta era stata eretta lungo l’importante direttiva che, uscendo dalla città, conduceva a Bologna e a Modena. Oggi viene utilizzata dalla comunità russa ortodossa.

Scuola Grande di S. Rocco

In tre sale, la Scuola Grande di S. Rocco contiene più capolavori di parecchi musei. Nell’ambito storico veneziano le “scuole” non erano istituti scolastici, bensì confraternite dedite ad attività benefiche, spesso rivali tra loro. Quella di S. Rocco fu fondata dai Battuti nel 1478. Era dedicata al santo patrono degli appestati e negli anni ottenne grande fama e donazioni, soprattutto grazie alla venerazione tributata alle reliquie del santo che conservava. Si compone di una chiesa e di un edificio destinato alle attività amministrative, cioè la Scuola vera e propria, che fu costruita a partire dal 1517 su progetto di Pietro Bon, poi sostituito da Sante Lombardo e Antonio Abbondi. Lo straordinario valore artistico della Scuola non deriva tuttavia dalla sua architettura, bensì dal sodalizio (a volte conflittuale) che fin dal 1564 l’ha legata a Tintoretto. Il grande artista inizia vincendo il concorso per la decorazione del soffitto della sala dell’Albergo, con S. Rocco in gloria, per poi dipingere i teleri con le storie della Passione e soprattutto la grandiosa e monumentale Crocefissione, indiscutibilmente uno dei suoi lavori migliori. Poi ci sono i 33 dipinti per la Sala Capitolare con le storie dell’Antico e del Nuovo Testamento. Infine la Sala Terrena, l’ultima a essere completata, ospita altri otto teleri con l’Infanzia di Gesù e la Vita della Vergine. Altre opere di Tintoretto sono visibili nell’adiacente chiesa di S. Rocco.

Castello Sforzesco - Museo Pietà Rondanini

Fortezza trecentesca ampliata più volte, raggiunse l’apice dello splendore al tempo di Ludovico il Moro (1494-99). Trasformata in roccaforte sotto il dominio spagnolo, tra il 1700 e l’inizio del 1800 superò diversi momenti critici, come l’assedio dell’esercito francese nel 1733 e una serie di parziali distruzioni volute da Napoleone che la ridussero a una sorta di imponente rovina, condannata a una quasi totale demolizione, fino al 1893, quando Luca Beltrami, architetto, storico dell’arte, uomo politico, fotografo e raffinato collezionista di fotografie, si appassionò alle sue sorti e ottenne l’incarico di eseguire una grandiosa opera di restauro che le conferì l’aspetto attuale. Si accede al castello dalla torre del Filarete, superata la quale ci si trova nella grande piazza d’Armi definita dai tre corpi di fabbrica della Rocchetta (nucleo castellano originario), della torre di Bona di Savoia (sorta nel 1477) e del palazzo di Corte Ducale. Uscendo dalla piazza d’Armi dal lato opposto si accede alla Corte Ducale; da qui sulla sinistra si entra nel cortile della Rocchetta, cinto su tre lati da portici quattrocenteschi. Dalla Corte infine si esce nel parco Sempione. Il castello ospita un notevole corpus di musei e collezioni civiche. Isolato, nell’ex Ospedale spagnolo a lato della piazza d’Armi, il Museo Pietà Rondanini è costruito attorno al capolavoro di Michelangelo. Di questa Pietà si parla per la prima volta nell’inventario delle opere presenti nella bottega di Michelangelo redatto il giorno successivo alla morte. Dopodiché se ne perdono le tracce fino al 1807, quando appare tra le proprietà del marchese Giuseppe Rondinini (nome poi modificato in Rondanini), collezionista di dipinti e di oltre duecento sculture. Nel 1904 l’ultimo proprietario, il principe Odescalchi, vendette al conte Roberto Sanseverino Vimercati il palazzo Rondanini con i suoi arredi, compresa la Pietà, che continuò a non risvegliare particolare interesse né nelle istituzioni museali italiane né nello Stato fino al 1949, quando, in seguito a una battaglia legale tra eredi, fu messa in vendita. Acquistata nel 1952 dal Comune di Milano, venne inserita nelle Civiche Raccolte d’Arte del Castello Sforzesco e trasferitavi nel 2015 Un unico percorso di visite, dalla biglietteria nel palazzo di Corte Ducale, lega gli altri musei: il museo d’Arte antica, con opere lombarde dall’età paleocristiana al XVI secolo, il museo dei Mobili, che racconta sei secoli di storia del mobile e dell’arredo, dal ’400 ai primi anni Duemila, la Pinacoteca, che espone 230 opere dal tardogotico lombardo al ’700 veneto, il museo delle Arti decorative, con ceramiche, avori, vetreria, arazzi, il museo degli strumenti musicali, arricchito da oltre 700 pezzi d’epoca, ad arco, a pizzico, a fiato, a tastiera. Dalla Corte Ducale si accede alle sezioni del Museo archeologico. Altri ambienti del castello custodiscono collezioni e biblioteche, visitabili per consultazione, ma in alcuni casi solo su prenotazione, come la raccolta delle Stampe Achille Bertarelli e l’archivio fotografico, voluto dallo stesso Beltrami, la biblioteca archeologica e numismatica, la raccolta Vinciana, l’archivio storico civico e la biblioteca Trivulziana.
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