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Un viaggio in primavera è la scelta migliore per godersi il clima favorevole e vedere i bellissimi borghi italiani rifiorire

In Primavera si assiste ad una vera e propria esplosione della natura capace di cambiare luoghi e paesaggi. Uno dei piaceri più semplici è quello di esplorare l'ambiente e di cogliere i panorami e i suoni circostanti. Quando sceglierai dove andare in primavera in Italia preparati a lasciarti stupire da colori, profumi e scenari incredibili e vivere appieno la stagione della rinascita per eccellenza.
PRIMAVERA - Tra milioni di esperienze 2032 risultati di ricerca

Chiesa di Santa Maria dell'Orazione e morte

La chiesa si trova sul tratto meridionale di via Giulia, accanto a palazzo Falconieri. La facciata è decorata da teschi e simboli macabri; sulle lastre con le feritoie per le elemosine sono raffigurati scheletri e cadaveri che ricordano l’ineluttabilità della morte. Qui l’Arciconfraternita di S. Maria dell’Orazione e Morte celebrava le esequie dei cadaveri rinvenuti nel Tevere o nelle campagne romane e li seppelliva in un cimitero che si sviluppava alle spalle della chiesa, tra via Giulia e il Tevere. Ancora oggi, i confratelli pregano per le anime di chi muore dimenticato da tutti e nel giorno dei morti si tengono riti particolarmente sentiti. Il camposanto di S. Maria dell’Orazione e Morte venne distrutto sul finire dell’800 per fare spazio al lungotevere dei Tebaldi e ai muraglioni contro le piene del fiume; tuttavia, molti scheletri sono ancora custoditi nella cripta della chiesa, che si presenta come un ossario dal fascino macabro, decorato da croci, lampadari e suppellettili ricavati assemblando teschi, vertebre e altri resti umani… Al di là dell’aspetto devozionale e di questi risvolti un po’ inquietanti, la chiesa di S. Maria dell’Orazione e Morte presenta diversi motivi d’interesse artistico e architettonico. Eretta nel 1575, fu riedificata da Ferdinando Fuga nel 1733-37 adottando una pianta ellittica movimentata da cappelle e raffinate decorazioni. Ellittica è anche la cupola che la copre. Tra le opere d’arte che vi sono custodite si segnalano alcuni affreschi staccati di Giovanni Lanfranco raffiguranti santi eremiti (Simeone stilita, Antonio abate e Paolo di Tebe) e la pala della Crocifissione sull’altare maggiore, realizzata da Ciro Ferri (1680).

Chiesa S. Maria del Suffragio

La facciata in travertino della chiesa di S. Maria del Suffragio, imponente e di forme tipicamente seicentesche, si distingue subito tra gli edifici che costeggiano via Giulia nei pressi dell’angolo con via del Gonfalone, dove case e palazzi hanno quasi tutti prospetti più semplici, intonacati o in mattoni a vista. La chiesa fu costruita da Carlo Rainaldi per la Confraternita di Maria SS. del Suffragio (o più semplicemente Confraternita del Suffragio), nata nel 1592 allo scopo di pregare per le anime dei defunti. Inizialmente, i confratelli presero come chiesa di riferimento quella di S. Biagio degli Armeni, che dista appena 50 metri. S. Biagio, però, aveva già una sua spiccata personalità… Per i romani era infatti la chiesa “della Pagnotta”, perché a febbraio, quando si festeggia il santo, veniva distribuito pane benedetto. Emerse, insomma, la necessità di una chiesa nuova e indipendente, soprattutto dopo il 1620, anno in cui papa Paolo V elevò ufficialmente la Confraternita del Suffragio al rango di arciconfraternita. La questione si risolse grazie ai capitali messi a disposizione dal marchese Bartolomeo Ruspoli: il cantiere della chiesa di S. Maria del Suffragio fu inaugurato nel 1662 e la decorazione interna venne ultimata nel 1685. All’interno, emblematiche della missione dell’arciconfraternita sono la pala d’altare dedicata alle Anime del Purgatorio, opera di Giuseppe Ghezzi (1672), e la Gloria della Vergine di Giovanni Battista Beinaschi (1675 circa) nella volta dell’abside. Coerente con l’identità religiosa della chiesa è anche la presenza della tomba di Luigi Novarese, fondatore dell’associazione Centro Volontari della Sofferenza, beatificato nel 2013.

Chiesa di S. Caterina da Siena

La chiesa di S. Caterina da Siena in via Giulia era il punto di riferimento dell’Arciconfraternita di S. Caterina (o Arciconfraternita dei Senesi), istituita nel 1519 per riunire i senesi residenti a Roma. Da Siena provenivano sia Baldassarre Peruzzi, l’architetto che progettò la chiesa attorno al 1526, sia Paolo Posi, che la ricostruì completamente nel 1766-76. Per i confratelli, la scelta di edificare la chiesa in via Giulia rispondeva a un disegno preciso. Questo era infatti un quartiere elitario e “alla moda”, attorno al quale già nel secondo ’400 gravitavano le famiglie senesi più ricche e potenti, di mercanti e banchieri: stiamo parlando di casati quali i Chigi, i Borghese, i Piccolomini… Stabilire qui la sede e la chiesa dell’arciconfraternita equivaleva a uno status symbol, tanto più che sulla stessa strada sorgono anche le chiese delle comunità dei napoletani e dei fiorentini. La facciata della chiesa di S. Caterina da Siena è tardobarocca, presenta un elegante andamento concavo che si rifà all’esempio di Francesco Borromini. Gli interni si sviluppano con un’unica navata e sono decorati da affreschi dalla leziosità tipicamente settecentesca: spicca il Ritorno di Gregorio XI da Avignone realizzato dal francese Lorenzo Pecheux nel catino absidale (1773). L’identità “nazionale” della chiesa è ribadita da affreschi dedicati ad altri santi senesi, come la Predica di S. Bernardino da Siena di Salvatore Monosilio (1768), e soprattutto dall’esposizione, al suo interno, delle bandiere delle contrade della città. L’insieme degli ambienti a disposizione dell’arciconfraternita comprende, oltre alla chiesa, vasti spazi dove potevano trovare accoglienza i pellegrini che giungevano a Roma dalla città toscana; ci sono poi un cortile interno e un raffinato oratorio dove si ammirano alcune opere d’arte del ’500 e del ’600 sopravvissute al rifacimento della chiesa, come la Resurrezione dipinta da Gerolamo Genga e la S. Caterina scolpita da Ercole Ferrata. Sul retro, il complesso si estende fino a via di Monserrato, dove nel 1912 è stata costruita una facciata che replica quella della casa natale di santa Caterina (ai numeri 111 e 112). Tuttora l’Arciconfraternita di S. Caterina ha sede accanto alla chiesa e continua a occuparsi della sua gestione.

Chiesa di S. Eligio degli Orefici

È papa Giulio II in persona, nel 1509, a concedere all’Università degli Orafi e degli Argentieri la possibilità di stabilirsi nelle immediate vicinanze di via Giulia, nel quartiere più nuovo e ambito della Roma di quel tempo. Sempre il pontefice le dà il permesso di costruire una chiesa accanto alla propria sede, a ridosso della riva sinistra del Tevere. L’Università non è altro che l’associazione che riunisce i gioiellieri romani: si è appena distaccata dall’associazione dei fabbri e non bada a spese per conquistare il favore papale e celebrare la raggiunta indipendenza. Decide di intitolare la chiesa al proprio patrono, l’orafo medievale sant’Eligio di Noyon, e ne affida la progettazione al grande Raffaello. Questi sceglie una pianta a croce greca con uno sviluppo architettonico sobrio e razionale, ispirato con ogni evidenza agli edifici a pianta centrale di Bramante, l’architetto al quale si deve la progettazione urbanistica di tutta via Giulia. Il cantiere della chiesa prende il via nello stesso 1509. Alla morte di Raffaello (1520) passa sotto la guida di Baldassarre Peruzzi, forse l’architetto che più di ogni altro ha avuto modo di conoscere da vicino lo stile e la personalità dell’Urbinate. Con ogni probabilità, nel 1526 è proprio Peruzzi a costruire la cupola emisferica che sormonta l’edificio, poggiata su un tamburo circolare e coronata da un’elegante lanterna. Gli affreschi che ornano gli interni della chiesa, anch’essi di alto livello qualitativo, datano invece attorno al 1575 e si devono a Matteo da Lecce (al secolo Matteo Pérez) e Taddeo Zuccari, due pittori manieristi attivi anche nel vicino oratorio del Gonfalone. Ben presto però le piene del Tevere danneggiano la chiesa, causandone un crollo parziale e rendendo irrecuperabile la stessa facciata. Della ricostruzione si occupa, attorno al 1620, l’architetto milanese Flaminio Ponzio. Ancora oggi la chiesa di S. Eligio afferisce al Nobil Collegio dei Gioiellieri Orefici ed Argentieri dell’Alma città di Roma, che ha sede nell’edificio adiacente (via S. Eligio n. 7) e che organizza le aperture e gestisce le visite.

Palazzo Sacchetti

Un’ampia facciata in mattoni a vista, in cui si aprono 6 grandi finestre in travertino protette da grate di ferro e, al centro, un portale in marmo sormontato da un balcone: così palazzo Sacchetti (o Ricci-Sacchetti) si affaccia su via Giulia, imponendosi come il più nobile tra tutti gli edifici civili di questa strada. Lo completano dettagli curiosi come la fontanella con un putto tra i delfini, risalente alla fine del ’500, all’angolo con via del Cefalo. Lungo via Giulia, tra il ’500 e il ’600 i casati dell’aristocrazia romana facevano a gara per costruirsi una dimora che ne testimoniasse il rango... A commissionare palazzo Sacchetti, però, non fu una famiglia nobile e nemmeno un potente cardinale. Lo costruì per sé un grande (e affermatissimo) architetto che ambiva a realizzare l’“edificio perfetto”, senza dover rendere conto a nessuno delle sue scelte progettuali. Per scoprirne il nome è sufficiente leggere l’iscrizione posta a sinistra del balcone, che recita «Domus Antonii Sangalli Architecti - MDXLIII». Si tratta di Antonio da Sangallo il Giovane, maestro del tardo Rinascimento nato a Firenze e molto attivo a Roma, anche lungo la stessa via Giulia e soprattutto sul tratto settentrionale della strada, dove la comunità dei fiorentini residenti a Roma aveva il suo quartier generale. Lavorò ad esempio all’edificio al numero 93, alla cosiddetta casa di Raffaello (numero 85) e anche a palazzo Medici Clarelli (numero 79). Tuttavia, al Sangallo viene solitamente attribuita solo la parte inferiore di palazzo Sacchetti; il resto dell’edificio dovrebbe essere opera di Nanni di Baccio Bigio e Annibale Lippi, intervenuti dopo la sua morte (1546), quando il palazzo finì nelle mani del cardinale Giovanni Ricci di Montepulciano e poi di varie famiglie, tra cui i banchieri Ceuli. Nel 1649 passò ai marchesi Sacchetti di Firenze, che ne fecero un vero scrigno di opere d’arte: la loro collezione di dipinti sarebbe diventata uno dei nuclei fondanti della Pinacoteca Capitolina. Ciascuno dei nuovi proprietari intervenne arricchendo la decorazione degli interni, affidata in epoche diverse a maestri come Francesco Salviati e Pietro da Cortona, e modificando o integrando l’architettura. Le aggiunte più importanti furono il bel giardino interno, all’italiana e dotato di un ninfeo, e l’elegante loggia simmetrica sul lato posteriore, voluta dalla famiglia Ceuli a fine ’500 e modificata dai Sacchetti: prima della costruzione dei muraglioni del Tevere guardava direttamente il fiume.

Chiesa dello Spirito Santo dei Napoletani

La chiesa dello Spirito Santo dei Napoletani fu costruita a partire dal 1574 dalla confraternita omonima, che riuniva la “nazione” dei napoletani e, più in generale, dei sudditi del Regno delle Due Sicilie residenti a Roma. Tra i suoi compiti c’era quello di offrire supporto ai pellegrini che arrivavano nell’Urbe dalle regioni meridionali, per pregare sulle tombe dei martiri e nelle basiliche apostoliche. Per fare spazio a questa chiesa ne fu rasa al suolo una più antica e ormai malandata, intitolata forse a S. Aura, affidando il progetto del nuovo luogo di culto a uno tra Domenico Fontana e Ottaviano Nonni detto il Mascherino. Che l’abbia costruita l’uno o l’altro tra i due architetti, poco cambia. La chiesa venne infatti radicalmente rinnovata nel ’700, e per ben 2 volte: la prima da Carlo Fontana e la seconda da Nicolò Forti. La facciata è ancora successiva, fu eretta nel 1853 in stile neorinascimentale da Antonio Cipolla, il quale aggiunse all’edificio anche la cantoria e l’abside. Abbandonata per decenni al degrado, la chiesa dello Spirito Santo dei Napoletani è stata restaurata e riaperta nel 1986 e oggi appartiene alla sezione romana dell’Ordine equestre del Santo Sepolcro di Gerusalemme. Il patrimonio artistico della chiesa vanta il napoletanissimo Martirio di San Gennaro di Luca Giordano e il monumento funebre del cardinale Giovanni Battista De Luca, opera tardobarocca dello scultore Domenico Guidi, che si ispira a Gian Lorenzo Bernini. A fasi più antiche rimanda un bell’affresco staccato raffigurante la Madonna del fulmine, opera di un artista di scuola umbro-laziale di fine ’400, mentre è un’aggiunta recente (del 2005) il grande crocifisso di Antonio Nocera, artista originario di Caivano.

Oratorio del Gonfalone

Quello che tutti conoscono come oratorio del Gonfalone porta ufficialmente il nome di chiesa di S. Maria Annunziata del Gonfalone e tra gli appassionati d’arte è spesso chiamato “cappella Sistina del Manierismo”. Il soprannome la dice lunga, anche perché la vera cappella Sistina dista appena un chilometro in linea d’aria: siamo nel cuore di Roma, sulla sponda opposta del Tevere, tra il fiume e via Giulia. L’oratorio fu costruito poco prima del 1550 come luogo di culto dell’Arciconfraternita del Gonfalone, ossia della confraternita che organizzava numerose processioni popolari e nei cortei innalzava le insegne papali, per ribadire visivamente il potere temporale dei pontefici su Roma. Con il papa i confratelli avevano un rapporto speciale e questo spiega perché, per fare spazio all’oratorio, non si esitò ad abbattere la chiesa di S. Lucia Vecchia, i cui resti sotterranei divennero la cripta sepolcrale dell’Arciconfarternita. La facciata si presenta scandita in due ordini, quello inferiore ancora tardo-cinquecentesco e quello superiore in stile barocco, opera di Domenico Castelli. All’interno, una semplice aula rettangolare, si può ammirare sulle pareti un ciclo unitario di affreschi dedicato alle Storie della Passione di Cristo, articolato in 12 episodi. Il soggetto rimanda a una delle principali attività dell’Arciconfraternita del Gonfalone, che fin dal ’400, la sera del Venerdì Santo, organizzava una celebre rappresentazione della Passione di Cristo. Il ciclo di affreschi è indubbiamente fra le decorazioni manieriste più interessanti di tutta Roma e si presenta come il punto di contatto tra la tradizione michelangiolesca e la nuova sensibilità estetica della Controriforma, più misurata e finalizzata a suscitare la devozione del fedele. Fu eseguito nel 1569-75 dai maggiori pittori attivi nell’Urbe in quegli anni: Federico Zuccari, Cesare Nebbia, Matteo Pérez (Matteo da Lecce), Livio Agresti, Raffaellino da Reggio, Marco Pino e Jacopo Zanguidi detto il Bertoja. Splendido è anche il soffitto in legno, intagliato nel 1568 da Ambrogio Bonazzini. Da alcuni decenni l’oratorio ospita la stagione concertistica del Coro Polifonico Romano “Gastone Tosato”.
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